Allevamento e agricoltura nel Cilento di Giovanni Caputo da Castel Ruggero

Giovanni Caputo, un “grande vecchio” del Cilento, un uomo saggio, ma anche d’azione, alleva una ventina di pecore e, insieme a sua figlia Francesca, ha messo in piedi il molino a macinazione in pietra che si chiama La Spigolatrice ed è certificato biologico, a Castel Ruggiero nel comune di Torre Orsaia. Giovanni ci racconta il Cilento di ieri e di oggi. Indica la strada da percorrere fatta di un gusto equilibrio tra i saperi della tradizione e quelli dell’innovazione contemporanea. L’obiettivo è produrre reddito mantenendo un rapporto sostenibile tra uomo e natura.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti. Siamo con Giovanni Caputo, un cittadino di Castel Ruggero che è una frazione di Torre Orsaia. Conosco Giovanni da diversi anni e so bene che lui è una sorta di contadino e allevatore filosofo, nel senso che ha un pensiero spesso, di una certa sostanza, di un certo peso. E’ un grande osservatore e anche uno storico della memoria del Cilento, ma è soprattutto un agricoltore allevatore che ha cercato di riportare in Cilento la coltivazione del farro e di altri cereali che tradizionalmente si coltivavano e si consumavano. Ha messo in piedi insieme con sua figlia Francesca un mulino che si chiama La Spigolatrice a Castel Ruggero. Un mulino certificato biologico e in Cilento ce ne sono solo due. Un mulino che macina in pietra, con un’attenzione particolare per la molitura di cereali autoctoni, cereali antichi. Poi, lui ha i suoi terreni, terreni che vengono dalla famiglia, e li coltiva producendo farro, cereali, verdure, frutti antichi. Ha le galline e circa una ventina di pecore.

Con Giovanni vorrei ragionare sulla sua idea di agricoltura e di allevamento degli animali per capire il suo modo di interagire con la natura, con le coltivazioni, con l’allevamento. Giovanni ha delle idee che sono molto vicine a quelle che si potrebbero definire come agroecologia, ossia una forma di agricoltura sostenibile in cui non si spinge la natura ad andare oltre utilizzando i prodotti chimici, dai fertilizzanti ai pesticidi.

L’ho fatta lunga e mi dimenticavo che Giovanni è anche uno che partecipa tutti gli anni al Palio del Grano di Caselle in Pittari, perché lui sta dentro il sistema dei comparaggi. Mi ricordo di aver di avere assistito a un Palio in cui lui faceva parte della contrada di Caselle alleata con Castel Ruggero e quella squadra ha vinto il Palio. Questo per dire che Giovanni sta dentro a questo sistema di relazioni che fa leva sul radicamento delle persone rispetto al proprio territorio.

Giovanni Caputo (GC): Mio padre morì quando avevo due anni e mezzo e a 4 anni cominciai a lavorare la terra. Oggi, ho 71 anni e ancora lavoro la terra, però ancora la devo capire. Oggi come oggi, di terra ce n’è poca. Per coltivare la terra la devi amare, capirla, la devi rispettare, ma di più capirla perché gli antichi capivano la terra, capivano cosa si poteva coltivare su un pezzo di terra. Ma, come facevano a capire? Dall’esperienza che avevano dai loro antenati. In base all’erba, all’altitudine, al clima loro sapevano cosa coltivare per avere cibo. Faccio un esempio, sapevano che in un determinato terreno si poteva seminare il grano a novembre, anticipando rispetto al mese di dicembre, perché in quella zona, a quella altitudine, se seminato a novembre il grano rendeva di più.

Per fare un ottimo prodotto devi capire la terra, devi sapere quando la devi arare, quando devi seminare, quando devi mietere il grano e gli altri cereali, e come li devi macinare. Il Cilento era la culla dei cereali. Nel 1965-1970 è arrivata dall’America una varietà di grano chiamata Abbondanza e noi contadini abbiamo tolto tutti i cereali locali perché il grano Abbondanza, come dice la parola, produceva di più. Abbiamo tolto questi nostri cereali che erano la carosella, la russia bianca, la russia rossa, il mazzoccolo, il germano, la segale, il senatore cappelli, il saragolla, il siciliano e il cicirieddo. Poi, quando ci siamo accorti che questi grani avevano un valore, abbiamo incominciato a cercarli e li abbiamo ritrovati. Solo due ancora non sono stati recuperati. Io credo di averne trovato uno, il cicirieddo che è un grano duro, uno dei migliori grani, mentre il siciliano, è un altro grano duro.

Nel 1986, un dottore omeopatico mi ha detto di seminare il farro. Ho cominciato a seminare il farro bicocco. C’è il monococco, il bicocco, la spelta, il padre pio e tante altre varietà, però il vero farro è veramente il monococco, il bicocco e la spelta. Il migliore è il monococco che Mosé diede agli schiavi. Si ottiene una farina veramente di alto livello. Tanti non capiscono. Mi chiedono un kg di farro. Ma, quale farro?

Una volta le persone coltivavano il terreno in modo diverso da come si coltiva oggi. Perché? Una volta si tenevano gli animali per due motivi: uno per vivere, perché gli animali erano gli unici che davano i soldi, perché non è che c’era la pensione o lo stipendio a fine mese. Era l’animale che dava da vivere. Allora, più animali avevi, più terra avevi e più animali potevi avere, e più stavi bene, perché gli animali e il loro prodotti si vendevano. Si vendevano i capretti, gli agnelli, i vitelli, le galline, i conigli, il formaggio, il latte, le uova, tutto e lì si guadagnavano i soldi. Pertanto, il contadino di una volta viveva con gli animali. Con gli animali si passavano giornate intere. Gli volevamo bene perché erano il nostro vivere, erano la nostra salvezza. Invece, oggi no.

Ieri noi seminavamo l’avena, l’orzo, le fave proprio per gli animali, però erano tutti prodotti del Cilento che davamo agli animali nei giorni che pioveva e non si poteva andare a pascolare. Si produceva granturco per le galline. C’erano delle produzioni agricole fatte proprio per alimentare gli animali nei periodi critici. Come si coltivava l’orto, il grano o gli olivi, quando erano i mesi di giugno, luglio e agosto si chiamava la mandria attorno alle piante di olive e si faceva stare l’animale una notte o due in un recinto. Gli animali lasciavano il letame. Se 40-50 capre o pecore stanno una o due notti sotto una pianta, questa veniva concimata e poi al mattino il contadino zappava il terreno, perché il letame non doveva rimanere sopra perché lo bruciava il sole. Zappando la terra il letame andava sotto terra e così si dava il concime all’olivo. Anche l’orto si coltivava utilizzando il letame, in modo da produrre pomodori, melanzane peperoni. Non c’erano i concimi chimici e comunque non si usavano. Quel mondo era diverso dal mondo di oggi. Oggi, anche se si tengono gli animali, si fa l’orto e si coltiva, il letame in pochi lo usano. Quando ero ragazzo i maiali si allevavano al pascolo brado e semi brado nei territori di Sanza, Rofrano, Laurino ed erano quelli neri.

Prima si coltivava con la zappa. Si zappava giornate intere. Oggi, se va con un trattore e in 10 minuti si ara la terra. Per l’orto la terra si zappava al mese di settembre, poi a marzo ci mettevi il letame sopra e si zappava un’altra volta. Poi, si piantavano le cose, i fagioli, i cavoli, il peperone, la melanzana e i pomodori. Quando tu dovevi seminare il grano, i cereali, si faceva riposare il terreno. Quest’anno seminavi il grano e l’anno dopo ci seminavi i lupini che arricchivano la terra, oppure le fave per i maiali. Era un ciclo, si facevano le rotazioni. Un anno si metteva il grano, l’anno successivo le fave e il terzo anno non si metteva niente, si faceva riposare il terreno.

AS: Si facevano le rotazioni che servivano a salvaguardare il suolo, la parte importante del suolo, quei 15 centimetri dove si gioca la fertilità del suolo.

GC: Si coltivava proprio in modo diverso da oggi. Oggi, il grano si semina in tutto un altro modo. C’è tutto un altro modo di seminare, di pensare. Prima il grano si sappuliava nei mesi di febbraio e marzo, poi nel mese di maggio che si faceva l’erba, si diceva il dialetto, si remmunava, si toglieva tutta l’erba che c’era nata. Oggi, questo non si fa, si semina e poi si va a mietere, oppure, anche se nel Cilento questo non esiste, nelle grandi coltivazioni di cereali quando arriva il mese di marzo mettono due o tre volte concimi e diserbanti e l’erba non cresce. Ecco, questo era il sistema di prima e questo è il sistema di oggi. Su queste cose il Cilento è rimasto all’antico, ma l’antico è rimasto buono per me, una cosa ottima per me, perché non si mettono i diserbanti. Io nel grano non ci metto il concime chimico, figuriamoci se ci posso mettere i diserbanti.

Però, oggi non possiamo proprio essere come 70-60-50 anni fa anche per come l’ariamo e prepariamo la terra e come seminiamo. Diceva mia madre: “se noi seminiamo il grano nel mese di novembre, abbiamo una resa, se lo seminiamo nel mese di dicembre ne abbiamo un’altra”. Perché il clima, a quella altitudine consentiva di produrre più grano anticipando la semina. Si diceva che il grano se lo semini a novembre nasce prima e poi fa la radice, mentre a dicembre prima fa la radice e poi nasce. Tutto all’incontrario. Si usavano metodi antichi che raccoglievano l’acqua con i canali quando si seminava qualunque cosa. Oggi, si semina e basta, via.

AS: Anche il rapporto con gli animali è cambiato. Tu hai ancora queste pecore…

GC: Una volta con gli animali ci si stava insieme perché erano la nostra salvezza. Si stava con i conigli e con le galline. Mi ricordo, che si dormiva insieme, si mangiava insieme. Quando ero piccolo, fino a che avevo una 15na d’anni, mentre io mangiavo l’unico piatto con mia madre, le galline e i conigli passavano sotto. C’era questo tipo di rapporto con gli animali.

AS: Quindi, se cascava qualcosa dalla tavola subito se la prendevano loro.

GC: Gliela dovevi lasciare perché arrivavano subito loro. Era un altro rapporto da quello di oggi. Mi ricordo che insieme alle capre, pecore e mucche dormivamo con mia madre in campagna. Dove stavano loro, noi stavamo poi in un angolo, dormivamo e cucinavamo. Era un altro mondo. Oggi, quel mio mondo è finito, perché il mondo oggi è un mondo di televisioni, telefonini e computer. Non è che non servono, per l’amore di Dio, però quel mondo lì è finito. Siamo rimaste in poche persone che vengono da quel mondo, dove tu stavi con la natura, la rispettavi, rispettavi gli animali, anche se poi gli animali erano le tue risorse. Le galline, le pecore, i maiali tu li allevavi e producevi anche il cibo che gli davi da mangiare. Oggi, gli animali si tengono ancora, però tanta di quella roba che mangiano si compra e non si sa da dove viene.

AS: Questo è vero, anche se tu sai che ancora oggi molti, la maggior parte degli allevatori cilentani usano il pascolo brado o semi brado per i loro animali.

GC: Però, voglio dire questo, a me piace che il Cilento sia rimasto così. Mi piace, perché io voglio quel mondo di ieri e non quello di oggi. Voglio dare ad un animale il cibo che produco io, non quello che arriva dall’Africa o dall’America. Se guardiamo a Caselle in Pittari che è un paese dove alle persone piace lavorare, ma a cui piacciono più i soldi, per cui sanno che bisogna lavorare e ci sono tanti giovani che si mettono a fare gli allevatori di maiali, di mucche e di capre, perché gli piace la natura e la terra. In tanti altri paesi questo si è perso. Però, anche se gli animali non sono allevati al 100% come ieri, non li si fa mangiare come ieri, però diciamo che il 60-70% ci sta. Non sono allevamenti come quelli industriali, dove alle mucche gli fanno la siringa di ormone per fargli fare più latte, 50 litri di latte. Noi, ora siamo una via di mezzo.

AS: Raccontaci di queste tue pecore. Come le allevi?

GC: Io ho la terra recintata e le mie pecore sono libere di pascolare nella mia terra. Basta, io non ci do niente, al massimo qualche poco di fieno. Adesso, cosa ho fatto? Nel mese di ottobre ho seminato l’avena e quando è il mese di febbraio le metto dentro il campo e se la mangiano. Basta, questo è tutto, oltre al fieno che faccio io.

AS: L’avena se la mangiano direttamente su pascolo.

GC: Esattamente sul pascolo e poi quando è il mese di marzo le tolgo e faccio crescere l’avena e poi ci faccio il fieno. Perché poi ci metto anche la veccia, qualche chicco di grano, un po’ di orzo. Ci metto quello che ho. Le pecore pascolano per i fatti loro. Non compro roba per dargliela.

AS: Tu questa ventina di pecore le allevi per il tuo autoconsumo. Ti fai i tuoi formaggi?

GC: Faccio i formaggi, mi mangio l’agnello, perché mi piace mangiare genuino. Io non mangio cibo industriale, A me piace mangiare cibo che produco io. Il Cilento è rimasto ancora su queste cose, almeno una percentuale è rimasta, però ti dico una brutta notizia. Nel 1965-‘70 eravamo sulle 90-95% delle persone che lavoravano e questo significava che dovevamo dare da mangiare a 5-10 persone e ce la facevamo. Adesso, siamo il 20% che lavoriamo la terra e non ce la facciamo più a dare da mangiare ad 80 persone. La gente come me sta scomparendo. La gente che pensa a coltivare la terra come 100 anni fa sta scomparendo. Oggi, terra ce ne è poca. Perché ti dico che di terra ce ne è poca? Perché c’è una terra, per farti capire, dove non c’è una lucertola, un serpente, un grillo, un topo, un cinghiale, ma quella non è terra. Non c’è vita.

AS: Non c’è la biodiversità, questo è quello che vuoi dire. Sono stati sterminati gli insetti, ad esempio.

GC: La terra che ha vita ha tutti questi animali. Questo vuol dire che non vengono usati prodotti chimici, fertilizzanti, diserbanti e pesticidi. Perché un animale dove vengono utilizzati i prodotti chimici o muore o se ne va.

AS: Anche perché molti di quei prodotti sono fatti apposta per ammazzare questi animali.

GC: Però, la terra non è terra, è bruciata. Io sono per la terra genuina come c’era 100 o 70 anni fa. Purtroppo non ce ne sta rimanendo. Poi, manca la materia prima che è la gente che la lavora. Le persone, i giovani che la devono lavorare. Quei pochi giovani che oggi ci sono, non la sanno lavorare, perché è molto difficile lavorare la terra. La natura è molto difficile da capire. Alle volte vedo che una pianta d’olivo, la metà tiene le olive, mentre l’altra metà no. Ecco, questa è la natura. Forse dipende dall’esposizione solare, per cui quando c’è l’allegamento, la parte esposta al sole procede, mentre quella a nord no. Forse c’è qualche giorno di differenza e i fiori che stanno verso la parte esposta a nord non si allegano. La natura è molto difficile.

Poi, la cosa bella è conoscere le erbe che sono la nostra salvezza. Invece, la gente non le conosce. Prendi la coda cavallina, l’angelica, la borragine, la malva, il cardone, il cardoncello, le cicorie e tante altre.

AS: Questo è importante anche rispetto al tema del pascolo, perché ci sono delle erbe che agli animali piacciono più di altre.

GC: Quando l’animale cammina nel terreno se le va a prendere. Mia madre, ad esempio, mi diceva di portare gli animali in un certo terreno perché il latte veniva più più buono, perché era il terreno delle erbe che si mangiavano.

Come ho detto prima con gli animali si viveva insieme e ti voglio raccontare un episodio. C’era una vecchietta che si chiamava Anna, zia Anna la chiamavamo noi, ed era la nostra vicina di casa. Aveva una capra, perché tutti quanti tenevano gli animali, anche quando uno arrivava a 80-85 anni si faceva i capretti, che poi si vendevano, perché quella era la risorsa e le altre risorse erano l’olio e il vino. Poi, c’era anche lo scambio tra famiglia e famiglia. Tu tenevi l’olio e io tenevo il grano e si faceva uno scambio, perché non c’erano soldi. Allora, all’epoca si beveva l’acqua da un secchio e questa vecchietta prendeva un uncino lo attaccava al secchio e lo calava nel pozzo e poi lo tirava fuori. Per tirare ci voleva forza. Questa signora diceva a mia madre Francesca che passava un guaio se beveva prima lei perché poi la capra non beveva. Doveva bere prima la capra e poi lei. Non aveva la forza di prendere un altro secchio d’acqua dal pozzo per bere lei. Per cui la capra beveva prima di lei. Ecco, questo era il mondo di una volta!

Oggi, viviamo in mondo in cui anche se si tengono i maiali, gli si dà da mangiare al mattino e poi si torna da loro il giorno dopo. Ieri ci si stava giornate, anche notti. Si aveva un altro rapporto. Prima i maiali si tenevano bradi o semi bradi. Le galline adesso si tengono nei pollai, prima uscivano, si trovavano il cibo che volevano. E così con tutti gli animali. L’80% del cibo se lo trovavano loro. La gallina si mangiava le pietre per fare il guscio dell’uovo. Oggi, anche se alle galline si danno cose genuine da mangiare, l’uovo non è come quello di 50-70 anni fa.

AS: Vorrei che tu riflettessi sul fatto che comunque qualcosa si è conservato in Cilento. Non è come era prima, però qualcosa c’è…

GC: Dipende dai paesi. In un paese di mare si è conservato il 50%. In un paese di montagna trovi che si è conservato pure il 70-80%.

AS: Vorrei che tu riflettessi sul fatto che l’essersi conservata questa relazione abbastanza stretta tra mondo umano e mondo naturale, della flora e degli animali, può essere una cosa molto positiva rispetto al fatto che si può ripartire non da zero, ma avendo già una base. Un giovane cilentano alla ricerca di un lavoro per vivere può ancora pensare di fare l’agricoltore o l’allevatore proprio perché la sua famiglia non ha completamente tagliato il cordone ombelicale con la natura, con gli animali. Ha ancora delle competenze, una familiarità e questa è già una base da cui un giovane può partire. E’ un capitale importante. Un giovane che vive a Roma o a Napoli non ha nessun rapporto con la natura se non il fatto di andare in un parco dove si siede su una panchina o gioca a pallone o va in bicicletta. Lì finisce il suo rapporto con il mondo naturale, poi c’è il cane o il gatto in casa e questo è il rapporto che ha con gli animali. Mentre invece un giovane cilentano ha ancora un rapporto con la natura sia dal punto di vista della flora sia della fauna, cioè del rapporto con gli animali, perché c’è ancora la famiglia che alleva il maiale, che ha una o due pecore, tre capre, una mucca, le galline, e quindi questo significa poi saper trattare gli animali. Tra l’altro, per quanto riguarda il maiale, significa anche avere ancora delle competenze per poi lavorarne la carne.

GC: Io sono orgoglioso che in Cilento ancora c’è rimasto questo rapporto. Sono molto, molto orgoglioso e io lì faccio la battaglia. E’ lì che io veramente combatto e parlo con i giovani e faccio questa intervista. Però, ai giovani di oggi si dovrebbe fare una certa scuola. Quale scuola? Venire da me per capire come si coltiva oppure come si alleva un animale. Questo in modo da trasmettere quella cultura antica che una volta che si perde, soprattutto se noi tra 20 anni non saremo più, tante cose si perderanno, non le saprà nessuno. Io fra 4-5 anni smetterò di lavorare e voglio scrivere un libro proprio su queste cose. Ad esempio, con le ginestre si facevano delle corde con cui si legava la legna. Oppure, c’era la retenna, lo scambio di lavoro tra famiglie. Non c’erano soldi e oggi tu venivi a lavorare con me e domani io venivo a lavorare con te. Noi stavamo con la natura e le persone anziane che ti imparavano a campare, come si coltivava la terra, come si mangiava, come si faceva tutto, cosa dovevi dare ad un animale che cadeva malato. Tutto ti insegnavano perché quella era la nostra salvezza. Per una famiglia l’animale più importante era l’asino, perché era come una macchina di oggi. Senza l’asino non potevi portare la legna e tutte le cose pesanti. Era la salvezza della famiglia e alcune famiglie ne tenevano due. Oggi, l’asino sta scomparendo.

Il giovane di oggi cosa deve fare? Nella scuola metterei minimo due ore alla settimana di lezioni su come si mangia e su come si coltiva la terra. I giovani non conoscono le erbe, non sanno come si cresce un pollo nella natura. Sono cose che nessuno sa più fare. Come si mangia, come e quando si raccoglie una cicoria, non lo sanno e nemmeno sanno cosa è una cicoria. E di cicorie ce ne sono 6-7 tipi diversi.

AS: Poi, la cicoria ha un problema per i giovani: è amara.

GC: Oggi, i giovani vanno cercando il dolce, lo zucchero.

AS: Ti volevo chiedere delle api quando tu eri ragazzino. Si allevavano le api?

GC: Si allevavano per il miele, ma il vero dolce erano i fichi secchi in inverno. E i fichi secchi si bollivano e si davano anche alle api quando non c’erano fiori e per evitare che morissero di fame. Oggi, chi è più che raccoglie un fico? Il fico era il dolce di una volta, mentre adesso è il cornetto o il gelato. Per tanti paesi il fico, la castagna, il lupino sono stati la salvezza. Nella nostra famiglia si facevano anche 3-4-5 quintali di fichi secchi all’anno e si mangiavano d’inverno.

AS: Tu hai detto una cosa importante ad un certo punto che è quella che un giovane che vuole fare qualcosa nell’agricoltura e nell’allevamento venga a parlare con te.

GC: A parlare non solo con me, ma con la gente come me. Tu dovresti aprire una scuola….

AS: Per ora sto cercando di capire come agli amministratori locali sia venuta l’idea di chiudere l’istituto agrario che c’era sul territorio. Certo la sede era a Sapri, paese marino, per cui stava in un posto sbagliato, mentre agricoltori e allevatori stanno nell’interno, dove c’è una tradizione agricola e di allevamento. Per cui tu ti trovi che in Cilento chi vuole studiare agraria deve andare a Lagonegro o a Battipaglia. Questo è un fatto grave.

GC: Oggi, siamo poche famiglie che lavorano la terra in Cilento e non lo fanno per i soldi. Bisognerebbe aprire una scuola dove la gente come me, prima di morire, dovrebbe spiegare ai giovani tutte le cose di cui ho parlato. Come si pota, come si fa un innesto. Lo sai che in Cilento ci sono 125 tipi diversi di mele? Tanti sono anche i tipi di pere. Tutto questo sta scomparendo.

AS: Lo so. Conosco tutto il lavoro che è stato fatto dal professor Di Novella, ma anche dal Parco negli anni ’90.

GC: Anche io ho recuperato diverse piante, però io che posso fare? Io vedo che il mio mondo sta finendo. Il mio piede scivola. Io lavoro la terra perché ad un anno e mezzo mi portavano nella terra e mi facevano stare con gli animali. Sono stato abituato da piccolo, per cui tu hai sempre quelle radici. Io sono emigrato a Torino, ma la terra non l’ho lasciata mai, proprio per questo. Io se lascio la terra, lascio me stesso e muoio subito, perché lì ci sono nato. Ad un anno io stavo con gli animali, oggi ad un anno stanno con un telefonino.

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