Se l’allevatore è anche un grossista di carne e deve lottare per avere dei margini. La storia di Giuseppe

Giuseppe Tambasco è un allevatore di bovini di Futani, ma anche un grossista di carni che opera da Capaccio a Scalea. Giuseppe racconta i problemi degli allevatori cilentani di vitelli alla luce della sua esperienza di grossista. Emerge un quadro complesso che lascia poche speranze riguardo alla sostenibilità economica della filiera della carne bovina locale.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti. Siamo con Giuseppe Tambasco di Futani, un commerciante all’ingrosso di carne e anche un allevatore. Con Giuseppe vogliamo cercare di capire, da una parte, come funziona il mercato della carne in Cilento e, dall’altra, anche sulla base della sua esperienza di allevatore, alcune altre questioni legate alla zootecnia del territorio. Giuseppe raccontaci il tuo percorso. Tu sei partito da una famiglia che si è sempre dedicata all’allevamento, mentre tu poi sei diventato un commerciante di carne.

Giuseppe Tambasco (GT): Mio nonno ha fatto l’allevatore di bovini da quando era vivo. Mio padre ha fatto una macelleria dal 1963 e adesso la gestisce mio fratello. Abbiamo fatto sempre gli allevatori e i macellai. Quando ho finito il militare mi sono messo in società con uno che stava qua e che faceva il commerciante. Da allora ho intrapreso questa carriera di commerciante e nello stesso tempo ho creato un’azienda agricola che era stata intestata prima a mia moglie, mentre adesso a nostro figlio. Abbiamo bovini sia allo stato semi brado sia all’ingrasso. Abbiamo fatto la bella stalla e li teniamo all’ingrasso.

Noi stiamo facendo un bel lavoro, però la situazione è che in questo momento ci stiamo trovando un po’ disorientati perché crescere gli animali qua è diventato un casino. Le materie prime sono arrivate alle stelle e come sto vedendo pure al nord è la stessa cosa, però loro hanno un altro tipo di qualità di animali, tutta roba che viene dalla Francia, limousine e chevrolet, animali di resa che i macellai cercano. Da noi, qua, con questi bovini podolici ci troviamo spiazzati, perché la resa non c’è. Non abbiamo i terreni idonei per fare le materie prime, come granturco e fieno. Abbiamo tutti terreni scoscesi e tantissima macchia mediterranea. I terreni sono stati tutti abbandonati in Cilento. Forse la Basilicata è l’unica zona dove ancora oggi si vede parecchio terreno coltivato, mentre qua è stato abbandonato già 50-60 anni dai nostri nonni e genitori che sono andati via. L’agricoltura è stata abbandonata e ora con queste bestie che teniamo qua in montagna non si capisce niente proprio.

In alta quota si sta distruggendo tutto perché non ci sono più le capre che mangiano tutta la bassa vegetazione, pertanto tutta questa vegetazione di basso fusto è cresciuta e tenere in montagna le mucche è un disastro.

Siamo un po’ spiazzati pure per la carne. La gente va in macelleria e se trova il vitello paesano anche della mia azienda, comincia a dire che la carne è troppo carica di colore. Ma, ha mangiato il fieno, la paglia e compriamo il mais e tutte le materie prime per dargli più proteine, però non facciamo mai un’alimentazione abbastanza curata perché non siamo stati mai seguiti da una persona idonea per far crescere questi vitelli della zona. Quindi, il macellaio quando viene a comprare questa carne e la porta in macelleria si trova sempre un po’ in difficoltà per venderla. Questa è tutta la situazione.

AS: Tu quando parli del macellaio parli di tuo fratello.

GT: Di mio fratello, ma anche di altri macellai, perché se vado ad offrire un vitello della mia stalla a loro, a loro piace di dire che il vitello è di Giuseppe di Futani, che lo ha cresciuto lui, però quando le persone vedono un po’ il colore della carne se la prendono, però non è che la comprano con tanto entusiasmo. L’80% della gente è così ormai.

AS: Specifica di quali bovini parliamo.

GT: Sono bovini della nostra zona. I miei sono incrociati, non sono proprio podolici. Sono un misto di limousine e di chevrolet dentro, quindi è già una carne abbastanza buona.

AS: Tu hai dei tori?

GT: Ho i tori comprati dalla Francia, originali. Li ho comprati pure l’anno scorso, limousine e chevrolet. Ho 18-20 vacche nutrici e due tori, perché uno si può fare male quindi è meglio tenerne sempre due. Ho intorno ai 45 ettari di terra di proprietà e poi ho anche la fida pascolo comunale di Futani e di Cuccato Vetere per un totale intorno ai 70 ettari e ci facciamo la transumanza estiva. L’acqua in montagna ci sta e nelle mie terre di Futani ho gli accumuli di acqua, ma è tutta acqua di sorgente. Abbiamo delle fontane e ho fatto anche dei pozzi artificiali. L’anno scorso ne ho fatti tre e l’acqua ci sta, però d’estate li porto sempre in montagna dove l’acqua è tutta di sorgente e non è un problema. Dove ho la stalla c’è una fontana con l’acqua presa in montagna. Ho comprato il terreno che c’era la fontana con una tubatura di 3 km non tutta sotterrata

AS: Quindi, tu dici che i consumatori vorrebbero una carne più morbida.

GT: Trovano la carne un po’ più dura perché il manzo sta fuori anche fino a 8-9 mesi e acquisisce un fibra della carne con dei muscoli che comunque sono più duri, per cui quando lo vai ad ingrassare, in quattro-cinque mesi il vitello è ingrassato, però è poco per la muscolatura che ha, quindi la fibra è sempre un po più dura. Se sta sempre chiuso è un discorso, ma già che il vitello sta dietro alla madre fino a 8-9 mesi ha sviluppato una muscolatura e quindi poi dopo la carne tende a rimanere più dura e fibrosa.

AS: Giuseppe, tu hai fatto questo quadro rispetto al fatto che tu sei un allevatore e che quindi incontri una serie difficoltà legate all’evoluzione del mercato. Dicevi anche che ci sono stati questi rincari dei cereali e dei fieni…

GT: Anche il rincaro dei macelli. Adesso mi è arrivata la comunicazione che i macelli aumentano 10 euro a capo per la questione della corrente e del gas. Prima pagavo 60 euro e adesso ne devo pagare 70. L’animale glielo porto io e me lo vado a prendere io al macello. Quindi tu fai 70 euro più 50 euro per portarlo al macello e sono 120, poi altri 40 per riportarlo e sono 150-160 euro solo di spese morte. Ti danno 20 euro per la pelle del bovino, mentre al nord si prende di più, anche se in questo momento la pelle, seppure con le materie prime che sono andate su, non è aumentata perché le fabbriche automobilistiche non stanno costruendo più macchine e non stanno ritirando le pelli.

AS: C’è questa situazione critica di mercato che alla fine come dicevi tu ti spiazza. Nello stesso tempo, però adesso togliti il cappello da allevatore e mettiti quello da commerciante di carne e ragioniamo su questo mercato della carne che ormai in buona parte è fatto, non solo in Cilento, ma in Italia e in Europa, sostanzialmente di carne importata da altri paesi europei e del mondo, perché c’è la carne francese e danese, ma anche quella argentina, australiana e brasiliana.

GT: Ci sono tutti questi pezzi di carne che fanno pagare un sacco di soldi e che pure io tratto come il beef e il controfiletto, però il grosso noi lo facciamo in Italia. Il resto delle carni sono più roba per bracierie e le tratto anche io. Noi ci stiamo ingrandendo anche su questo perché purtroppo il mercato chiede anche questa carne e quindi automaticamente ci dobbiamo spostare anche noi su questi livelli. Io giro anche l’Europa, vado in Croazia e in Romania, diciamo che stiamo sempre in mezzo, però anche là i costi stanno aumentando. Ti parlo del fatto che nel giro di sei mesi la carne all’ingrosso è aumentata di 60-70 centesimi al kg.

Tutto questo succede mentre qua, in Cilento, ancora nessun macellaio ha aumentato di 10 centesimi il prezzo della carne all’allevatore. Al  nord, il prezzo della carne è maggiore che qua, ma è un’altro articolo, un’altra cosa, però qua non viene nemmeno realizzata la carne perché non c’è mercato. Al nord invece gli allevatori guardano al mercato di Modena e di Mantova, mentre qua non si guarda a niente. Viene il macellaio e ti dice: “se me lo vuoi dare, ti do tanto”, però non è giusto. Il macellaio pure ha ragione perché la carne si vende poco e il prezzo si deve aumentare nelle macellerie come avviene al nord, dove il primo taglio si vende 18-19 euro, mentre qua lo vogliamo vendere ancora 10 euro. Così non si può andare avanti!

AS: Quest’anno sono aumentati solo i prezzi dei capretti e degli agnelli.

GT: Ho speso un sacco di soldi, ma è tutto fumo e niente arrosto, perché che succede? Abbiamo speso in più, non si sono venduti. Io li ho finiti tutti perché li compro tutti qua in zona, però vedo che nel napoletano e nel salernitano i grossisti di carne come me, più grandi di me, gli sono rimasti a tutti qua, non sono riusciti a spingerli perché chiedevano un prezzo esagerato. Io ho comprato i capretti a 6,50 euro solo per macellarli al macello. Un altro euro per portarli vivi al macello e mi sono venuti 11 euro, 11 euro e 50, a me, compresa la macellazione. Pure se ci metto sopra solo un euro, siamo a 12,50. Poi, il macellaio deve calcolare 3-4 euro. Quest’anno è andata così, l’anno prossimo non penso che andrà così perché purtroppo noi non ce la facciamo. Ora, cosa è successo, non si sono venduti questi agnelli e a quelli che vendono i polli, come Amadori e Aia, gli sono rimasti nelle celle, per cui la settimana dopo li hanno venduti a 3 euro al kg ai supermercati, perché se gli rimangono li devono buttare. Hanno fatto una svendita perché non sapevano cosa farne. Queste sono le cose sbagliate, è inutile alzare i prezzi e dopo buttare la merce. Non esiste! Stiamo facendo un casino con le materie prime che costano tanto e poi per fare che cosa, per spendere tanti soldi e poi buttarli. Pure uno che va comprarli non capisce più niente. La settimana prima costavano 16 euro e adesso lo mettono a 6 euro nel supermercato. E’ una discriminazione della merce. Sarebbe stato meglio che si fosse venduta come gli altri anni, si camminava normale e tutto a posto.

AS: Però, negli anni scorsi i capretti si compravano dagli allevatori a 3 euro, 3,50 euro, 4 euro massimo.

GT: No, a Natale si sono pagati sempre a 5 euro, mentre a Pasqua di solito si pagano qualcosa in meno. A Natale qua da noi abbiamo speso sempre intorno ai 5 euro. Quest’anno c’è stato un po’ il pezzo in più perché è venuta questa gente da fuori. E’ successo che la Grecia, la Romania e l’Ungheria hanno mandato poca merce in Italia. Noi siamo assai importatori di questa carne, pertanto specialmente dalla Grecia quando veniva Natale già dal primo di novembre arrivava un casino di merce, mentre quest’anno non è arrivato niente. C’è stata la questione dell’aumento dei costi di trasporto che ha influito e forse anche meno produzione.

L’Unione Europea ci sta dando ancora qualche contributo, per cui riusciamo ancora a tenere gli animali. Prima si campava con gli animali, mentre adesso non ce la si fa più. Non si può campare più con gli animali. In Cilento, non si possono proprio più tenere 200-300-400 capi, non ci sono nemmeno i terreni per farli mangiare allo stato brado. Le montagne sono tutte sporche. Prima di spine in montagna non c’erano, era tutto pulito.

AS: Ci sono le infestanti che, da un lato, dipendono dal fatto che le capre sono ormai molte meno per cui non in grado di pulire tutti i rovi, ma, dall’altro, la proliferazione delle infestanti dipende anche dalle modalità di pascolo, dal modo in cui gli allevatori utilizzano il pascolo che non è quello del pascolo razionale. Un pascolo andrebbe diviso in tante porzioni su cui fare le rotazioni degli animali, dando modo al pascolo, alle erbe buone, di rigenerarsi.

GT: Il problema è che le terre nessuno le pulisce. Io ci metto i soldi tutti gli anni come vedo una spina che nasce nel terreno. Le faccio tagliare tutti gli anni. Nessuno degli altri lo fa. Se il pascolo si ricopre di infestanti e di spine, alla fine la mucca non ha nulla da mangiare e muore, se non stai attento. La vacca mica si può mangiare le radici o la roba dura. Per cui, dovresti pulire i terreni, tagliare l’erba vecchia e fibrosa che la mucca non mangia

AS: In ogni caso la questione del degrado del pascolo è un tema che c’è e bisogna fare qualcosa per risolverlo. Si possono responsabilizzare gli allevatori ad adottare delle buone pratiche di manutenzione dei pascoli, magari anche con il supporto degli operatori forestali.

GT: Nelle nostre montagne, a Futani, a Cuccaro Vetere, a Montano Antilia, dove ci sto io da una vita e conosco tutti i posti perché sono anche un cacciatore da quando ero piccolo, c’è il biancospino che ha preso un sopravvento in montagna che è una cosa incredibile. Un biancospino ti fa due-tre metri e vicino e sotto non ci cresce più niente. Sotto è come quando cadono le foglie, diventa tutta terra e ci vanno i cinghiali. Bisognerebbe pulire, soprattutto dove ci sono quelle zone aperte che in dialetto chiamiamo petrusi. Prima, in quelle zone ci coltivavano il grano nero, lo jermano, e venivano tenute pulite. Ora, quei piccoli spazi si sono riempiti di biancospino e non cresce niente.

La montagna è diventata un disastro. E’ giusto per dire che l’estate la mucca sta in montagna perché sta fresca e c’è l’acqua. Se avessimo le mucche che c’erano trent’anni fa quando c’era mio padre che ne aveva 150, mio zio ne aveva altre 150 e un altro mio zio altre 150, per cui solo tre fratelli ne avevano 450. Solo la mia famiglia, ma a Futani ce ne erano altre due o tre, lo stesso a Montano e a Massicelle. Erano tutti là in montagna e stavano bene. Adesso ci sono io che ne ho 15-20, mio fratello che ne ha 15-20, un altro di Futani altre 15. Se non stai attento le vacche si muoiono di fame perché in montagna non c’è rimasto niente.

AS: Ho capito. Vorrei riportarti sul discorso del mercato della carne. Tu sei un allevatore e un grossista di carne. Compri gli agnelli e i capretti cilentani, ma tratti anche le carni del nord Italia ed estere.

GT: Io faccio tutto in Veneto e Trentino.

AS: Bene. Mi sono fatto l’idea che la situazione sia molto critica per gli allevatori cilentani della filiera della carne perché c’è una riduzione dei contributi che probabilmente continuerà nei prossimi anni, mentre in passato erano molto generosi.

GT: In passato, c’era pure chi non aveva animali e prendeva i contributi. Ti dico questo perché lo so. C’era chi non aveva capre, ma diceva di averne 150 e prendeva i contributi per 150 capre.

AS: Stendiamo un pietoso velo su queste pratiche truffaldine. Ora, oltre alla riduzione dei contributi, abbiamo la crescita dei costi delle materie prime che, come dicevi tu, sono tutte in aumento, con un territorio che ha problemi di qualità del pascolo, dove è difficile coltivare il foraggio e i cereali, a cominciare dal mais, perché manca l’acqua, buona parte del territorio è scosceso e ci sono i branchi di cinghiali che distruggono i raccolti.

Non voglio fare l’allarmista, però se non si fa qualcosa, se non ci sono degli interventi che aiutano gli allevatori a fare delle scelte e a fare un reddito, si rischia la chiusura di molti. Sulla linea della carne ho qualche perplessità perché, come dici tu, le carni possono arrivare da tutto il mondo o comunque dal Veneto, anche con prezzi molto competitivi.

GT: La mia idea è che tutti noi piccoli allevatori del Cilento gli animali non li dovremmo ingrassare. Li dovremmo solo far nascere e crescere a tre-quattro mesi, toglierle da sotto le mamme e mandarli al nord dove producono le materie prime. E noi comprarci la carne da loro perché per noi come allevatori qua è un disastro.

AS: Però, in questo modo tutto il valore aggiunto se lo fanno quelli del nord.

GT: Ho capito però noi così non ci rimetteremmo soldi per ingrassare il vitello, perché per noi andare ad ingrassare un vitello, quando lo andiamo a vendere, il commerciante ci fa perdere. Se mi vado a fare il conto di quello che si è mangiato il vitello e quanto tempo l’ho tenuto in stalla, io non lo so quanto ho perso. Io lo so quanto mi costano, ma qua nessuno si fa bene i conti per vedere quanto si mangia al giorno un vitello. Ci vogliono 5 euro e non ce la fai nemmeno, adesso come sono i costi. Al nord adesso con 3 euro, 3 euro e 20 cercano di farcela, però fatto con un criterio abbastanza serio perché hanno l’alimentarista che gli cura pure i due centesimi. Noi queste cose qua non ce l’abbiamo. Noi dobbiamo tenere le bufale a Battipaglia e a Paestum perché c’è la mozzarella che si vende, però far ingrassare i bovini per me è un disastro, anche perché non ci sono nemmeno le strutture per macellarli e ci costano tantissimo.

AS: Tu dove vai a macellare?

GT: Vado ad Atena Lucana dai fratelli Cancro che è l’unico macello moderno della zona.

AS: Sono d’accordo con il tuo ragionamento sull’ingrasso dei vitelli, ma sono anche dell’idea che forse bisognerebbe ragionare su un’alternativa alla filiera della carne. Il consumo di carne diminuisce da anni, per cui forse bisognerebbe ragionare sulla filiera lattiero-casearia, spostandosi dai bovini alle pecore e alle capre. L’allevamento ovicaprino è la vera vocazione del Cilento da millenni. I bovini sono sempre stati un piccolo numero e sono aumentati solo nel dopoguerra. Anche la podolica non era la podolica di oggi. Era una vacca piccola, una sorta di mucca-capra.

GT: Era una mucca più piccola che mangiava poco e che andava nei terreni scoscesi senza problemi. Le mucche più pesanti quando arrivava il mese di settembre andavano a finire sempre nei burroni e non le vedevi nemmeno dove andavano. Ricordo mio padre quante ne ha perse.

AS: Secondo me, forse bisognerebbe studiarla bene questa cosa, ma se si vuole continuare a fare zootecnia in Cilento bisogna lavorare più sulla filiera lattiero-casearia, anche perché il consumo di formaggi, di yogurt e di gelati è stabile, se non in aumento. In Cilento per fare questo bisognerebbe formare meglio chi fa i formaggi per fare oltre quelli della tradizione anche dei nuovi formaggi a pasta molle e formaggi stagionati bene. Insomma, bisognerebbe alzare il livello qualitativo.

GT: Su questa cosa qui ti do ragione. Se ci spostiamo verso Casaletto Spartano, verso San Giovanni a Piro e più nell’interno ancora c’è qualche ragazzo che si sta impegnando su questi caprini e ovini, però il ragionamento siamo sempre là, non li devono fare scocciare perché se fanno una domanda per un primo insediamento, vanno aiutati. I ragazzi si scocciano facilmente e se non c’è vicino un genitore che gli dà una mano non possono andare da nessuna parte. Con mio figlio, ad esempio, avevamo fatto un progetto per fare un caseificio a Futani con un costo di 500 mila euro nel 2017-2018. Prima gli hanno dato 86 punti, poi glieli hanno tolti e l’hanno portato a 65. Non lo so che hanno fatto.

AS: Su questo ho intervistato Filomena Merola che è rimasta fregata a seguito della revisione delle graduatorie.

GT: Io ho 25 ettari di terra vicino a lei e la tengo tutta pulita perché ho un ragazzo che ci lavora sopra, però sono tutti soldi che li caccio io, di tasca mia con gli altri lavori. Io la faccio pulire dai rovi. Io lo faccio, ma delle altre persone non fa niente nessuno. Dicono che non ci stanno dentro. Purtroppo, si sta arrivando un punto che non lo so tra dieci anni che succede?

AS: Io sono convinto che se non si fa qualcosa, entro cinque anni almeno la metà degli allevatori chiude, perché non ce la farà a sostenere il peso perché questa forbice tra costi e contributi tagliati e ricavi rischia di diventare insostenibile.

GT: O quando nascono i vitellini, a 4 mesi di venderli subito e di prendere qualcosa di soldi e investirli nell’azienda oppure lo Stato dovrebbe darci qualcosa, perché noi non siamo in grado di allenarli, perché noi dobbiamo comprare tutto e comprando tutto l’esame non ci si sta dentro. La carne ti viene 6 euro a te allevatore e i macellai e commercianti ti danno 5 euro. Poi, se non lo vendi arrivo io e ti offro 4 euro e ti prendo per il collo. Però, quello non sa che per allevare un vitello ci ha rimesso 200-300-400 euro per ingrassarlo.

AS: Tu sei un grossista di carni, il che significa che sostanzialmente tu vendi a chi ha delle macellerie e anche ai ristoranti.

GT: Vendo a qualche ristorante, però principalmente faccio macellerie e supermercati. I supermercati stanno prendendo quota, la gente ci va comprare e la nuova generazione non è che pensa di andare in macelleria per comprare la carne, va al supermercato e si compra tutto. Io ho un giro che va da Capaccio fino a Scalea. La zona la faccio tutta e la teniamo noi, però i supermercati sono quelli che comandano e comprano tutto dalle grosse aziende che cercano sempre di farci fuori. Pure che ci vai a parlare e gli offri la stessa qualità di merce con un servizio doppiamente migliore, perché loro vanno una volta a settimana, mentre io posso venire tutti i giorni, nemmeno sono contenti. Qualcuno per invidia, qualcuno perché gli danno il fine anno. Le grosse aziende, come l’Inalca, loro comandano il mercato sia italiano sia europeo perché sono grossi. Loro, se devono perdere 20 milioni di euro quest’anno, li possono pure perdere, il problema non se lo fa se devono fare fuori qualcuno, tipo me o qualche altro grossista. Sono delle situazioni critiche in questo momento.

AS: Quindi, anche tu come grossista sei preso in mezzo?

GT: Sì, perché tu per vendere ai supermercati, che sono dei grossi compratori, devi tenere pure la forza di prendere più merce e di avere più scelta. Ti devi mettere in coda a loro, guadagnare di meno per dare spazio pure ai macellai.

AS: Raccontami come funziona il tuo lavoro da grossista. Tu vai in giro, compri gli animali, e poi li fai macellare?

GT: Al nord compro da 2-3 macelli animali già macellati e poi anche da 3-4 allevatori dai quali prendo tutte le settimane 3-4-5 animali. Poi, quando arriva l’estate facciamo un lavoro doppio o quasi triplo perché abbiamo tutta la costiera che ci dà abbastanza forza. Io compro vivo e morto, un po’ dell’uno o un po’ dell’altro, soprattutto in Veneto. Non tratto carni come la marchigiana perché col prezzo non ci stiamo, Se devo andare a comprare la marchigiana che mi viene messa a 6 euro al kg e che poi la devo macellare, la devo andare a prendere, quanto la devo vendere al macellaio? Il macellaio o il supermercato non se la compra. Quindi è un’altra linea.

La prima cosa secondo me da fare è che le macellerie si devono mettere in testa che la carne si deve aumentare di 3-4 euro al chilo al dettaglio perché se tu hai un vitello e mi vuoi dare ancora 4 euro e 50 al kg, io non ce la faccio a crescerlo. Lo cresco quest’anno, ma l’anno prossimo non lo cresco più. Se il prezzo al dettaglio aumenta c’è l’agibilità di dare un euro in più al contadino che con un euro a chilo in più può ingrassare il vitello cercando di stare nei costi.

AS: Tu dici che è un problema di prezzi delle macellerie?

GT: Sì, perché anche se sono i supermercati che fanno il mercato, i supermercati il prezzo ce l’hanno, al di là delle promozioni. Qualche pezzo di carne costa più nei supermercati che nelle macellerie. Se vai a comprare il macinato nei supermercati, si sa che non è macinato come quello che vende la macelleria, ma un macinato più misto in cui ci vengono messi anche degli additivi che devono mettere dentro perché loro mettono la carne nella vaschetta. La gente lo sa però la compra a 5 euro. Nelle macellerie devono spendere 8-9. Insomma, ci sono tutte queste cose.

AS: Bisogna vedere se i cilentani hanno i soldi per pagare la carne ai prezzi aumentati di 3-4 euro al kg.

GT: Ogni mondo è paese. Un kg di carne di primo taglio costa 12-13 euro in macelleria e lo dovresti pagare 16 euro. Ora, con un kg di carne una famiglia di 4 persone dovrebbe starci per una settimana. Su quattro persone, tre euro in più, cioè stiamo parlando di una minima parte. Non è che una famiglia si va a comprare un quintale di carne a settimana. Una famiglia media come la mia con un chilo, un chilo e mezzo di carne a settimana, dovrebbe spendere 5 euro in più a settimana. Secondo me, ci dovrebbe essere un’associazione dei macellai che suggerisce i prezzi da fare per vendere la carne di primo taglio. Altrimenti uno non l’aumenta perché l’altro non l’aumenta. Se facciamo così andiamo uno in culo all’altro e l’economia non parte mai! Perché poi cerchiamo di comprare sempre di meno, ma l’allevatore non ce la fa e quindi va indietro l’allevatore, ma anche quell’altro non ce la fa. Così ci indebitiamo sempre di più tutti quanti. Secondo me, dovrebbe essere tipo il caffè che si vende ad un euro, per cui cerchiamo di venderlo tutti ad un euro, da nord a sud. Però, al nord la carne se la vai a comprare in macelleria ci vogliono, per il primo taglio, 18-19-20 euro al kg 20 euro e comunque noi dobbiamo pagare il trasporto per portarla da là a qua.

AS: Tu mi stai dicendo, in realtà, che vai a prendere la carne in Veneto e in Trentino, per cui dici che in Cilento non c’è storia, nel senso che comunque sia non sta dentro questi circuiti commerciali, a cominciare dai tuoi, che poi non sono quelli dell’Inalca di Cremonini per intenderci. Tu sei molto più piccolo, però neanche nel tuo circuito riesce a entrare la carne del Cilento, a parte gli agnelli e i capretti. Tu mi dici che d’estate raddoppi l’attività perché sulla costa ci sono i turisti e quelli tutti i giorni devono mangiare, però tu capisci che con questo discorso chi ci guadagna sono gli allevatori del Veneto. Tu fai quello che devi fare, sei un imprenditore quindi sai quello che stai facendo, ma il turista che viene in Cilento mangia la carne del Veneto e i suoi soldi non vanno agli allevatori cilentani, ma a quelli veneti, mentre i tuoi margini, come dicevi tu, sono purtroppo in discesa. Insomma, mi descrivi un quadro che rischia diventare un gioco al massacro per il Cilento e per i suoi operatori.

GT: Per creare quello che dici tu ci vorrebbe la bacchetta magica e questa non ce l’abbiamo. C’è il Vallo di Diano che è una zona un po’ più pianeggiante e di allevatori io ne conosco parecchi, c’è fa il latte e chi fa qualche vitello, ma i conti non se li fanno. Sono tutti in perdita perché il latte lo pagano 38-40 centesimi. Come fai ad andare avanti con una mucca che si mangia 6-7 euro al giorno e quanto prendi?

AS: Chiaro, chiarissimo. Giuseppe ti ringrazio perché mi hai dato il senso reale delle cose. E’ inutile farsi tante pippe mentali, è sempre meglio confrontarsi con un operatore come te che queste cose le vive quotidianamente e fa impresa. Bisogna stare sempre coi piedi per terra, anche se questo non vuol dire che non si possa immaginare che ci possano essere delle alternative, delle strade diverse, degli interventi che si possono fare per migliorare le cose. Bisogna partire dalla realtà, bisogna conoscere bene quale è la realtà e poi a quel punto uno fa una valutazione e prova a vedere se trova dei passaggi.

GT: Giusto. Io sarei il primo a comprare nel Cilento e a macellare i tori del Cilento primo per le spese, perché io sono qua e ogni mattina vedrei come vengono macellati, mentre in Veneto vado ogni 15 giorni in treno o in macchina o in aereo insieme ai miei figli che hanno cominciato anche loro a prendere la mia strada. Ho un camion che passa di là due volta a settimana e mi carica la merce e me la porta giù.

Un’azienda come l’Inalca cerca i vitelli italiani giusto per le carte. Vitelli nati e cresciuti in Italia perché quando vanno nei supermercati devono mettere sulla vaschetta che il vitello è nato in Italia, che è stato ingrassato in Italia e macellato in Italia. Loro questo lo possono fare perché sono grandi, macellano 5-6 mila bestie alla settimana, inoltre da fuori quello che prendono è già macellato. Quindi, il problema loro non ce l’hanno e si vanno a comprare in Ungheria mille vitelli a settimana che fanno un giro interno e poi dicono che sono italiani. Purtroppo, questo la gente non lo capisce. Io lo so perché ci sto in mezzo, ma tu come fai a spiegare a quello del supermercato che questi non sono vitelli che sono ingrassati in italia per sei mesi e un giorno, perché prendono il contributo di 80 euro. Al nord, se fai fare un ingrasso per sei mesi e un giorno prendi 80 euro. Per un’azienda che ha 10.000 capi sono soldi. Sono cose non facili da capire.

AS: Anche perché nessuno ne parla.

GT: Adesso al nord c’è l’aviaria, la malattia dei polli, ma nessuno ne parla. Per questo i prezzi dei polli stanno arrivando alle stelle. I prezzi delle materie prime sono aumentati, però per i polli e i tacchini al nord sta succedendo un disastro, ma nessuno dice niente.

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