Quando i pastori arrivano al mare. La storia di Luana

Luana Gagliardo fa parte di una famiglia di allevatori di pecore e capre di San Giovanni a Piro. E’ la casara di famiglia e lavora anche al ristoro, la Taverna del Lupo, che la famiglia gestisce d’estate nella Cala del Marcellino, nel comune di Camerota. Luana racconta la storia della sua famiglia, come lavora e su quelle che sono le sue aspirazioni per il futuro.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti. Siamo con Luana Gagliardo che è residente a San Giovanni a Piro e che insieme con la sua famiglia di allevatori ha anche un’attività di gastronomia, un ristorante – La Taverna del Lupo – con prodotti tipici cilentani, in un posto meraviglioso che è la Cala del Marcellino che si trova nel comune di Camerota. La famiglia di Luana ha sia una sessantina di capre, gestite in particolare dal fratello, sia un gregge di pecore. Luana è la casara della famiglia e uno dei pilastri dell’attività di ristorazione sulla costa. La famiglia Gagliardo è una famiglia di pastori che dall’interno è arrivata sulla costa con un’attività di gastronomia. Potrebbe essere un modello anche per altri allevatori. Vorrei che Luana ci introducesse in questa sua famiglia e nell’attività di allevamento e ci raccontasse come siete organizzati, cosa fate, che animali e terreni avete.

Luana Gagliardo (LG): Vengo da una famiglia di allevatori sia dalla parte mia sia da quella di mio marito. Con mio marito abbiamo una novantina di capi di pecore comisane, mentre mio fratello ha una sessantina di capre cilentane. Mio fratello per la maggior parte pascola le capre nella zona della costa, invece mio marito si sposta d’inverno e il periodo in cui le pecore devono partorire a San Giovanni perché comunque abbiamo la stalla qua e hanno bisogno di più attenzione. Poi, dopo che toglie gli agnelli, si sposta nella zona di Bosco, sempre nel comune di San Giovanni a Piro, in pascoli privati. Mio fratello invece pascola più nella zona della costa perché abbiamo anche terreni di nostra proprietà con una stalla e oliveti, fino ad arrivare alla Cala del Marcellino, dove abbiamo un piccolo ristoro aperto l’estate con parecchi clienti che ci vengono a trovare e dove si mangia il prodotto tipico cilentano.

AS: Complessivamente, quanti ettari avete tra tuo fratello e tu e tuo marito?

LG: Abbiamo 44 ettari di fida pascolo dal comune di San Giovanni a Piro e poi abbiamo terreni di nostra proprietà per circa 40-50 ettari. Di fida pascolo abbiamo 22 ettari a testa, perché quando all’epoca mio padre ci divise i capi, ci dividemmo anche la fida pascolo. L’acqua scarseggia su questi terreni, però abbiamo i pozzi dove facciamo una raccolta dell’acqua piovana o poi ci sono anche le conche dove si raduna l’acqua. Sono cisterne antiche, scavate nel terreno, come quelle che ci sono sul monte Bulgheria.

AS: Raccontaci del tuo ruolo in tutto questo.

LG: Io sono la casara della famiglia. Sin da piccola ho imparato guardando la mia mamma e mio padre. Sono stata abituata fin da piccola, perché sono la prima dei tre fratelli, poi c’è mio fratello e mia sorella che è l’ultima. Per cui, io sono stata quella che ha dovuto badare un po’ alla casa e fare un po’ tutto alla fine, sin dall’età di 12-13 anni. All’epoca non avevamo ancora i nostri terreni e mio padre aveva un terreno in affitto, una bella azienda, poi col passare degli anni siamo cresciuti e ci siamo dedicati ai nostri terreni dove siamo tuttora oggi.

Io produco la toma di pecora dal mese di dicembre, dal 15 dicembre, quando vengono tolti gli agnelli, fino alla metà di giugno. Faccio ricotte e anche dei formaggi un po’ speziati. Mi sbizzarrisco un poco col formaggio. Poi, il periodo estivo, da aprile quando partoriscono le capre, dipende anche da quando cade Pasqua, incomincio a fare il cacioricotta. Lo faccio sia stagionare sia fresco tutti i giorni per offrirlo alla clientela quando viene al ristoro. I formaggi speziati li faccio con il peperoncino, la rugoletta, il pepe nero.

Mi piace fantasticare un po’ e mi piace sempre aggiornarmi anche se non ho fatto alcun corso da casaro. Tengo la licenza media come titolo di studio, però questo non vuol dire che non mi piace aggiornarmi. Non mi piace stare ferma. Ho imparato da mia madre e da mio padre a fare il formaggio come anche a coltivare la terra, a fare gli orti. Ho pascolato anche gli animali. Da ragazzina quello ho fatto e non me ne vergogno a dirlo perché mio padre lavorava alla Comunità Montana all’epoca e mia madre faceva i servizi per questa signora dalla quale affittavamo il terreno, dove facevamo di tutto.

Papà aveva 2-3 mucche alla stalla e faceva i vitelli. Mio padre ha incominciato con poco, aveva una quindicina di pecore e poi con mio zio e mio fratello aveva una sessantina di capre cilentane sempre. Parlo di quando erano ancora ragazzini. Ci siamo poi evoluti mano mano. Le mucche poi sono state eliminate, ma venivano tenute, oltre che fare qualche vitello, per produrre il latte. Mi ricordo che all’epoca venivano delle persone a comprare il latte per darlo ai bambini.

Le capre e le pecore si adattano meglio al tipo di pascoli che noi abbiamo, perché non è che c’è tanto pascolo. Le pecore hanno bisogno di più dell’erba, invece le capre si mangiano un po’ di tutto, il lentischio, la mortella. Le capre si mangiano tutto, sono più selvatiche, anche se poi un aiuto sempre si deve dare. La maggior parte del fieno lo compriamo perché non è che abbiamo abbastanza. I terreni che abbiamo non ci permettono di farlo: o facciamo mangiare loro o facciamo del fieno. I terreni che abbiamo sono parte della costa e là è impossibile fare fieno. Per cui gli si dà un aiuto di erba medica e di cereali che compriamo.

AS: Ragioniamo invece su questa attività di ristoro, sulla Taverna del Lupo, dove c’è tuo padre che suona e canta e fa da grande protagonista.

LG: Lui è il protagonista là, c’è la sua storia là, una storia di tradizioni, da mio bisnonno, da suo suo padre, ossia da mio nonno, e ora c’è mio padre e ci siamo noi figli adesso. E’ a conduzione familiare, è la nostra piccola azienda agricola che d’estate si sposta alla Taverna del Lupo. Mio padre ha iniziato dal 1968. Lui da piccolino è cresciuto là, perché mio padre è nato nel 1960 e andava sempre dietro a suo nonno. Poi, con l’evolvere degli anni, abbiamo aggiustato il rudere. Lui all’epoca, quando venivano i francesi, racconta sempre, si mangiavano quel formaggio fresco che mia nonna faceva. A me piace mantenere le tradizioni, per cui cerco di mantenere la tradizione che mio padre ha portato avanti, come hanno portato avanti suo padre e suo nonno.

La gente che viene, tutti i nostri clienti, vogliono mangiare la roba paesana, quindi noi produciamo l’orticello, per cui facciamo l’insalata di pomodoro, la frisella col pomodoro e il formaggio fresco. Vengono apposta per mangiare queste cosine qua. Poi, comunque prendo pure altre cose, come i salumi, facciamo le melanzane imbottite, la parmigiana, i fiori di zucca che vanno a go-go. Per i fiori di zucca vengono apposta la mattina. Mia mamma è la mastra della della cucina e della frittura, soprattutto. Facciamo la pizzella fritta con la pasta fatta di farina di grano, con il pomodoro fresco sopra e il cacioricotta. La prepariamo stesso la mattina. Noi prepariamo tutto il giorno e facciamo felice il cliente che viene con queste piccole cose, però sono tutte legate a una tradizione gastronomica del Cilento. Le persone cercano quello.

AS: Voi come ci arrivate a questa Cala del Marcellino?

LG: Mio padre e mia mamma stanno fissi là. Loro si trasferiscono a giugno e tornano a settembre. Io, con mia sorella e i miei ragazzi, prendiamo la barca tutte le mattine partendo da Scario perché più vicino e c’è il trasporto passeggeri tutte le mattine, ogni ora. Fino all’una fanno i trasporti verso le spiagge e l’ultima è la nostra prima della Baia degli Infreschi. Quindi, anche i nostri clienti si fanno 20 minuti di barca la mattina. Si fanno tutto il giro della costa che è proprio una bellissima costa. E’ da visitare veramente e la propongo sempre. C’è una strada che parte dal pianoro di Cieloandrea, però è una strada mulattiera, buona per fare un percorso trekking e c’è pure tanta gente che scende a piedi, però il pianoro dista un’ora e tre quarti, per cui per arrivare giù facendola tutte le mattine il periodo di giugno fino a settembre è pesate, non la possiamo fare noi.

Noi portiamo il pane fresco e altri prodotti freschi tutte le mattine in barca. C’è un bel lavoro dietro. Noi veramente ci mettiamo l’anima per fare questo lavoro, perché non è semplice. Se una cosa ti piace la fai con piacere. Qualsiasi cosa che io faccio, la faccio perché veramente mi piace farla, sennò se vedo che una cosa non mi va, la elimino subito. Sono fatta così.

Tengo tre figli maschi. Il primo ha 13 anni, il secondo ne ha 10 e l’ultimo ne ha 9. Sono bene o male tutti e tre appassionati per fare l’allevatore, soprattutto il primo e anche il secondo, mentre il piccolino ancora fa ancora un po’ e un po’. I primi due si danno molto da fare, soprattutto il primo aiuta molto mio marito. A scuola non è che proprio, però ce la mettono pure a scuola, anche se non sono tanto amanti della scuola, però si devono impegnare per forza, perché poi io soprattutto ci tengo tantissimo.

AS: Ragioniamo sul futuro. Tu hai 38 anni e quindi sei ancora una bella giovane signora, proviamo ad immaginare cosa vorresti fare da qui a 5 anni. Voi avete messo in piedi questo sistema, come deve evolvere?

LG: Guardate, devo essere sincera, sono già soddisfatta di quello che ho fatto fino adesso. Spero che i miei ragazzi percorreranno un percorso dove si possono realizzare. Spero che loro si inoltrino in questo lavoro, perché comunque è un bel lavoro che consente di stare in mezzo alla natura. Io, fino a quando riesco a fare qualcosa in più, lo faccio sempre per loro perché comunque a me piace fare sempre tanto. Spero che qualcosa in più si realizzi per noi allevatori per valorizzare un po di più il nostro prodotto. Tutti noi allevatori produciamo un buon prodotto ed è bello farlo valorizzare.

AS: Siccome sei una casara ti domando se vorresti avere un laboratorio come si deve, dove tu puoi lavorare in tranquillità, in serenità e anche portare avanti quelle tue sperimentazioni.

LG: Una cosa del genere sarebbe l’ideale, però purtroppo con i nostri sacrifici non ce la facciamo. Fai una cosa o fai un’altra. Spero che si valorizzino i nostri prodotti e che sia possibile avere una etichettatura. Con una situazione bella chiara in modo da stare tranquilli.

Spero che che l’iniziativa del sinadaco, il caseificio comunale, si faccia. E’ una bella cosa da fare ed è un peccato se non si fa. Se ne parla forse già da 4-5 anni e se si fa una cosa del genere io partecipo di sicuro, perché a me piace proprio e poi sarebbe proprio una cosa per noi. Sarebbe una soddisfazione nostra e del nostro comune che ci sono questi allevatori e che c’è veramente un bel lavoro dietro, ma che hanno bisogno di essere valorizzati. E’ chiaro che anche il comune ha bisogno di essere valorizzato per un buon prodotto che produciamo.

AS: Anche perché se il caseificio comunale venisse gestito da un casaro professionale, lui potrebbe da una parte fare dei formaggi di grande pregio, ma allo stesso tempo tu potresti andare lì e vedere come lavora il latte e quindi portarti a casa anche delle competenze nuove.

LG: Sicuro. E’ una bella cosa da fare anche perché comunque non si finisce mai di imparare. Mai finisci di imparare. Ho fatto anche altri lavori, non è che ho fatto solo questo. Ho lavorato da ragazzina anche in macelleria e ho fatto 15 anni di lavoro. Poi, ho fatto vari lavoretti, però mi sono più inoltrata in questo lavoro qua, nel fare il formaggio, perché comunque mi piace. Poi, con il lavoro che faccio d’estate a me piace proprio stare a contatto con la gente, proporre la nostra tradizione e i nostri prodotti. Perché no, farli valorizzare ancora di più?

AS: Voi avete questa attività di ristorazione con tuo padre che è un grande intrattenitore, raccontatore di storie e affabulatore che incanta chi viene da voi. Mi sono fatto l’idea che per gli allevatori una delle possibilità sarebbe anche quella di lavorare su quello che si chiama il turismo esperienziale. Come dicevi tu, le persone che vengono vogliono mangiare il cibo cilentano e forse vorrebbero ancor di più provare a vivere un’esperienza rispetto allo stile di vita cilentano e, in particolare, del mondo della pastorizia.

LG: Per esempio, vengono tante famiglie e i bambini vengono a vedere le capre quando abbiamo finito di lavorare, verso tre e mezza. Mio padre si porta una trentina di capre e i bambini vengono a vedere come facciamo il formaggio, ma prima vanno a vedere le caprette nel terreno dietro il rudere. Anche perché i bambini non è che vedono queste cose in città, non hanno questa fortuna come ce l’abbiamo noi. Da noi vedono le galline e le capre e poi dopo si mangiano quel pochino di formaggio che il più delle volte glielo faccio pure a forma di pallina Loro se lo mangiano così fresco bello caldo, caldo.

AS: Anche altri allevatori dovrebbero far visitare la loro azienda, far vedere gli animali, la mungitura, la lavorazione del formaggio e poi offrire delle degustazioni e vendere i loro prodotti.

LG: E’ bello, così. Io consiglio sempre di fare questo.

Un commento

  1. L agricoltura in particolare e l artigianato saranno la base che porterà un aiuto non solo alla nostra nazione , ma al mondo intero …e saranno svolte. queste nobili attività da giovani più coscienziosi , più evoluti , sani in modo ancora migliore che nel passato… Tutto è in continua evoluzione ed i governi sono sicuro che attenzioneranno questo sviluppo nobile ed essenziale …i giovani sono sicuro , che grazie allo stimolo sistematico dei governi faranno grandi cose… Grazie del vostro impegno.

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