Il Parco Nazionale del Cilento può accompagnare la transizione del settore della zootecnia

Gregorio Romano, direttore dell’Ente Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni e sindaco di Laurino, analizza i problemi e riflette sulle cose – gli interventi, l’azione di governance, le risorse – che il Parco potrebbe mettere in campo per accompagnare la transizione del settore zootecnico nei prossimi anni. I temi sul tappeto sono la formazione degli operatori/imprenditori, l’acqua, la gestione dei pascoli, la strutturazione delle filiere/aziende.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti. Siamo con Gregorio Romano, il direttore dell’Ente Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, che è anche sindaco di Laurino. Con lui cerchiamo di fare un ragionamento sul Parco e il settore della zootecnia, degli allevamenti e della pastorizia, cercando di capire quali possono essere degli interventi, delle attività, delle politiche attive che il Parco può mettere in campo, perché come abbiamo cercato più volte di evidenziare nel corso delle interviste con gli allevatori, c’è un tema di accompagnamento alla transizione, al fare un salto di qualità da parte di un settore che è importantissimo per il territorio. Ci sono imprenditori, c’è presidio del territorio nell’attività che fanno, producono cibo che è identitario per il Cilento. Non è poca roba per un territorio come il Cilento e in generale per qualsiasi territorio.

Ora, però, per motivi che hanno a che fare con il mercato, con la riduzione dei contributi pubblici e con il passaggio generazionale nelle famiglie che storicamente hanno svolto l’allevamento e la pastorizia, questo settore deve essere accompagnato per fare sì che queste famiglie possano diventare delle aziende, ossia a fare veramente un salto di qualità sul piano organizzativo, culturale e delle competenze. Credo che questa sia la strada, perché data la complessità dello scenario di mercato, sempre più competitivo, con latti, formaggi e carni che arrivano da tutto il mondo, e soprattutto dall’interno dell’Unione Europea, spesso frutto di produzioni intensive, di allevamenti industriali, insieme con la riduzione dei contributi, o si fa della produzione che va a integrare i contributi in riduzione oppure molte famiglie/aziende si troveranno in difficoltà. Non riusciranno a produrre del reddito sufficiente per poter far vivere le famiglie allevatrici in modo adeguato. Quindi, c’è il rischio che questo settore venga progressivamente abbandonato e che non riesca ad attrarre o trattenere i giovani.

L’ho fatta lunga, ma credo che fosse necessario per introdurre la discussione che vorrei fare con con lei dottor Romano e quindi le lascio la parola perché immagino che su questa mia sollecitazione lei abbia un suo punto di vista.

Gregorio Romano (GR): Non l’ha fatta lunga, perché su questi temi ci sarebbe tanto da parlare, da approfondire, da confrontarsi, perché queste attività, le attività della zootecnia e dell’agricoltura sono le attività principali all’interno di un Ente Parco, quelle che dovrebbero rappresentare il core business.

Per questo il settore zootecnico dovrebbe essere uno dei settori portanti che il Parco dovrebbe attenzionare e valorizzare adeguatamente. Il tema dell’accompagnamento degli allevatori è un tema molto, molto importante perché, come diceva lei nella introduzione, ancora e fortunatamente, aggiungerei io, ci sono degli allevatori nel nostro territorio, delle aziende di tipo familiare. Quindi, c’è la famiglia alle spalle che è riuscita a trasferire questi valori, questi fondamenti, anche ai giovani, per cui io noto ultimamente che molti giovani si stanno, e vivaddio, avvicinando a questa attività, per cui si ravvede la necessità di accompagnare, come Parco, ma non solo, con tutte le altre istituzioni del territorio – i comuni, le Comunità Montane e altri soggetti istituzionali – mettersi insieme per innescare un processo di accompagnamento di queste attività, che non sono e non devono essere più quelle attività tipiche di una volta, come la pastorizia, ma sono e devono diventare delle vere e proprie aziende che producono beni di primissima qualità.

Oggi, come diceva lei, possono essere messe a rischio proprio perché fino ad un certo punto le politiche comunitarie davano degli incentivi, dei premi, ma negli ultimi tempi questi sono stati ridotti via via. Da qui ad andare avanti si ridurranno sempre di più. Per cui, questa riduzione potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’azienda se non c’è una conversione o comunque un arricchimento produttivo che oggi magari non viene sfruttato appieno o non viene sfruttato affatto, come quello della trasformazione dei prodotti caseari.

Qui, si innesta il meccanismo della realizzazione di caseifici aziendali o comunque di caseifici a livelli comprensoriali, dove uno o più allevatori potrebbero trasformare il proprio latte in prodotti di qualità. Le varietà dei formaggi del Cilento sono poche rispetto a quello che potrebbe essere il potenziale produttivo, tant’è che i nostri ristoratori non hanno grandi opportunità di poter ripresentare formaggi molli. Noi abbiamo una eccellenza della produzione casearia che è il caciocavallo podolico, piuttosto che il cacioricotta che è un Presidio Slow Food, i pecorini e i caprini e pochi altri tipi di formaggi. Qui, si innesca anche il meccanismo della formazione.

AS: Questo della formazione è un tema cruciale, perché il territorio aveva un istituto agrario fino a qualche anno fa che stava a Sapri. Poi, per motivi legati al fatto che c’era un calo di iscrizioni è stato chiuso. Però, se il territorio decide che questo settore della zootecnia, come il settore dell’agricoltura più in generale, è strategico per il paesaggio del Cilento, per il presidio del territorio, per la sua economia e identità culturale e tanti altri motivi che possono essere considerati importanti, forse si deve rivedere e ragionare sulla saggezza di questa scelta, magari trovando un luogo, un comune diverso da Sapri dove mettere un istituto agrario anche con indirizzo zootecnico.

GR: Sensibilizzare i giovani che è una scuola che non necessariamente li avvia a fare i contadini, ma è una scuola che li avvia ad impiantare delle aziende agricole, a fare l’imprenditore.

AS: A fare e diventare un imprenditore in agricoltura, perché in Cilento ci sono ancora molte famiglie che hanno terreni, che si dedicano sia all’agricoltura sia all’allevamento. Molti giovani, purtroppo non hanno voglia di studiare, però possono arrivare almeno a prendersi un diploma. Tutti ci possono e dovrebbero arrivare, poi magari qualcuno può andare all’università se lo vuole…

GR: Lei diceva della scuola agraria che sul territorio c’era stata e che adesso è scomparsa, che è un fatto gravissimo in un Parco Nazione a vocazione naturalistica con tantissimo territorio montano e rurale. Non esserci una scuola con questo indirizzo è davvero un fatto molto, molto grave. Però, capiremo che Sapri è una zona di mare, dove magari c’era più la necessità di un istituto nautico che non di una scuola agraria. Sarebbe più appropriato Vallo della Lucania o qualche altro posto dell’entroterra. Ma, anche l’Università di Salerno non ha una facoltà di agraria, quando in provincia di Salerno le produzioni agricole, dalla Piana del Sele all’Agro Nocerino Sarnese, ci sono. Ci sono delle produzioni agricole enormi e noi la facoltà di agraria ce l’abbiamo invece a Napoli, a Portici. La nostra università non ha un indirizzo agrario.

AS: Perché a Portici c è una scuola importante non solo per la Campania, ma anche per l’italia e l’Europa. E’ famosa in tutto il mondo e quindi è riuscita a mantenere questo suo ruolo monopolistico rispetto al resto della regione Campania

GR: Questo, pur essendoci dei poli di eccellenza nel resto della regione, come ad esempio ad Avellino, dove ci sono le produzioni della viticultura. La Campania è piuttosto articolata da questo punto di vista, però Napoli continua a essere un po’ centralizzatrice.

AS: Questo tema della formazione è importante, ma è anche importante per esempio riuscire a fare in modo che si possano fare dei corsi di caseificazione.

GR: Magari anche “assoldando” dei casari affermati che possano trasferire on the job le proprie competenze agli allevatori/casari cilentani.

AS: Su questo, per esempio, il Parco, ma anche le Comunità Montane, potrebbero farsi promotori di qualche corso pratico, operativo, di questo genere. Dei corsi professionali, magari senza tantissime ore teoriche, fatti molto in laboratorio, cioè sul lavoro concreto…

GR: Questo sarebbe di grande utilità.

AS: Purtroppo, nonostante che la Campania abbia una grande tradizione e produzione lattiero-casearia, di corsi del genere non se ne fanno. Bisogna andare al nord.

GR: Questo è un altro fatto grave. Noi abbiamo fatto la rete del gusto della dieta mediterranea con riconoscimento ai ristoranti, alle pizzerie e a chi si occupa di enogastronomia. Questi operatori della ristorazione si sono impegnati ad utilizzare un certo numero di prodotti del territorio a marchio Parco. Li abbiamo inclusi in questa rete e abbiamo fatto anche una guida di La Repubblica, per cui colui che vuole andare a mangiare da qualche parte sa che se va in quel ristorante, in quella pizzeria, troverà dei piatti che sono stati preparati utilizzando almeno un certo numero di prodotti del territorio. Se non abbiamo i formaggi del territorio, come facciamo poi a presentarli nei piatti che vogliamo offrire alle persone che vengono a visitare i nostri meravigliosi luoghi? Quindi, anche questo è un obiettivo prioritario.

AS: Questo è un tema su cui bisognerà cercare di trovare delle soluzioni operative, perché risponde ad un bisogno anche dei giovani che entrano in queste attività dalle famiglie, i quali si rendono conto che il latte va conosciuto rispetto alla sua composizione organolettica, alle vitamine e grassi che ci sono dentro, rispetto alle temperature e all’alimentazione bilanciata degli animali. Ci sono tanti aspetti scientifici che devono e possono essere conosciuti. Oggi, la scienza è in grado di dare tante ragioni e risposte, però bisogna farle conoscere a chi ha materialmente è impegnato nell’allevamento e nella caseificazione, altrimenti, nonostante una materia prima eccellente ci troviamo sempre con dei prodotti che hanno dei difetti e quindi uno scarso valore sul mercato.

GR: Partiamo da una materia prima eccellente e poi magari c’è una scarsa capacità di trasformazione del prodotto.

AS: Se gli animali mangiano a pascolo e mangiano le erbe, la qualità del latte, come della carne, deve essere per forza eccezionale, il problema è quello di fare un lavoro altrettanto eccezionale con la manipolazione di queste materia prime.

GR: Sappiamo quale è la differenza tra i nostri allevamenti, che lavorano con il pascolo brado o semi brado, e quelli intensivi. I nostri mercati sono inondati da tanti prodotti di zootecnia intensiva che vengono dall’estero, magari a basso costo, e con dei consumatori che vanno a guardare solo il prezzo e non la qualità, ma io dico che fortunatamente anche questo sta in qualche modo cambiando, perché spesso vediamo dei consumatori attenti che, ovviamente non disprezzando il prezzo, guardano anche alla qualità.

Qui, si innesta anche il discorso dei pascoli, del degrado dei pascoli che abbiamo. Dobbiamo fare delle azioni per mantenerli. Perché l’abbandono di quelle operazioni agrarie che venivano fatte anche in montagna o comunque sui territori, oggi con l’abbandono dell’agricoltura si è persa tanta, tantissima manutenzione del territorio. Prima, ad esempio, tutto il sistema idrico veniva drenato in dei fossi, in dei canali. C’era una manutenzione del territorio che consentiva il flusso delle acque in un modo ordinato. Oggi, questo non avviene più per la scarsa presenza antropica. Mancano le persone che lavorano i terreni e quindi si creano, si innescano meccanismi di dissesto, meccanismi anche di alterazione dei pascoli. Un discorso analogo è quello della presenza massiccia di mandrie su determinati pascoli, senza una turnazione che consentirebbe, oltre che di alleggerire il numero dei capi che quotidianamente stanno in un pascolo, anche una ricrescita delle erbe. Perché se gli lasci un po’ di giorni che non ci vai, l’erba ricresce.

AS: Infatti, basterebbe applicare sui terreni della fida pascolo il sistema del pascolo razionale che significa dividere gli ettari che uno ha disposizione in dei lotti su cui fare un pascolo in modo alternato nei vari lotti, per cui c’è la ricrescita delle erbe.

GR: Poi, c’è un altro tema che è importante. Bisognerebbe rispettare un termine, per cui ad un certo punto in quell’area non si va a pascolare, perché c’è una fase di riposo vegetativo che necessita quel pascolo per ricrescere ancora più rigoglioso nel periodo stabilito. Perché in assenza di una programmazione precisa questo non sempre avviene.

Abbiamo oltretutto il tema della manutenzione, perché sappiamo che il bosco in dieci anni è avanzato tantissimo, occupando parti di pascolo importanti.

AS: Infatti, questo è tutto vero, però io le domando, visto che lei è il direttore del Parco, su queste tematiche riusciamo a fare qualcosa? Adesso, non pretendo oggi, però voglio dire il tema dovrebbe essere quello che se il Parco è d’accordo – almeno nei suoi vertici dirigenziali e decisionali – che questo tema della zootecnia è strategico per il territorio del Cilento, anche se il nostro progetto interessa in particolare il territorio del GAL Casacastra, allora il tema diventa quello che bisogna cercare di fare degli interventi e quindi decidere quali progetti, quali iniziative si devono fare. Cercare di trovare delle risorse per poterli fare, perché altrimenti credo che il problema diventa grave. Noi possiamo far emergere e denunciare le situazioni problematiche, lo dico come soggetto che sta facendo una ricerca e che parla con gli allevatori, che ha l’obiettivo di fare emergere i loro bisogni. Poi, però bisogna dare delle risposte a questi bisogni. Il problema è che in Cilento non è mai chiaro chi è che deve dare delle risposte, perché il singolo comune non ce la fa, perché i comuni stanno in difficoltà, sono tutti piccoli, non hanno risorse finanziarie, tecniche e progettuali.

GR: Credo che ci dovrebbe essere un’azione congiunta con il Parco che fa da capofila, che assicura la governance e mette a disposizione delle risorse, perché, per dire, il mantenimento dei pascoli non ha solo la funzione di aiutare la zootecnia e gli allevatori, che pure è una funzione nobilissima e importantissima, ma anche quella di mantenere la biodiversità di quelle aree, che altrimenti andrebbe persa. Quindi, questa azione rientra appieno tra le finalità del Parco che, a mio avviso, nel prossimo futuro dovrà prevedere delle azioni, magari in collaborazione con le Comunità Montane e con i Comuni, individuate anche adesso che andremo a riformulare il Piano del Parco. Individuare quei pascoli che hanno la necessità di interventi “manutentivi”, in modo che riescano a mantenere la loro funzione non solo a favore delle aziende zootecniche, ma anche a favore del mantenimento della biodiversità.

Anche qui vorrei dire che c’è un luogo comune, per cui molti dicono che questo non si può fare, perché siamo all’interno del Parco. Rispettando determinate regole si può fare tutto. Ci sono dei luoghi comuni. Non è assolutamente vero che non si possa fare la manutenzione dei pascoli, anzi come Parco stesso credo che la faremo. E’ mia intenzione proporlo, di fare degli interventi manutentivi dei pascoli, ma ripeto con il duplice obiettivo di eliminare quella situazione di degrado che si è verificato per l’incuria, per l’abbandono, e anche per mantenere quel sistema di biodiversità che è insito in un habitat particolare.

AS: Anche perché ho visto molte zone che si sono completamente ricoperte di felci. Ora, la felce è chiaramente una pianta infestante, dopo di che, per carità, la felce ha un suo valore, ma quando hai ettari di terreno che sono tutti ricoperti di felci o di rovi, che insomma diventano una specie predominante rispetto ad altre, sotto non ci cresce niente. Gli animali la felce non la mangiano

GR: Dobbiamo avere dei progetti specifici sulle cose che devono essere attuate. Ovviamente, tenendo presente quelle che sono le norme che disciplinano un sito di importanza comunitaria, perché spesso in montagna, all’interno del territorio del Parco, abbiamo 32 siti di importanza comunitaria e 8 zone di protezione speciale, quindi non ci facciamo mancare nulla. Fermo restando il rispetto di questa normativa pregnante, che la Commissione Europea ha giustamente imposto a tutti gli Stati membri, dobbiamo anche contemperare le esigenze che il legislatore del 1991 ha voluto. Ha creato questi Parchi così grandi e con una presenza così forte di uomini, quindi fortemente antropizzati, per verificare la convivenza e sperimentare come possa essere coniugata la presenza dell’uomo e la tutela ambientale. Io aggiungerei anche la valorizzazione del territorio.

AS: Questo è importantissimo proprio per le caratteristiche del Parco del Cilento, in particolare, che ha tanti comuni dentro, 80 comuni e 230-250 mila abitanti. Questo significa che chi vive all’interno del Parco deve essere messo nelle condizioni di poterci rimanere, e questo significa poter fare un’attività economica come l’agricoltura e la zootecnia non intensive.

GR: Altrimenti il Parco avrebbe dovuto essere stato perimetrato solo sulle alte vette dove non c’era nessun cittadino, non c’era la presenza dell’uomo.

AS: Esattamente. Per concludere il mio appello è quello di avere una sensibilità e un’attenzione per queste famiglie/aziende che praticano la zootecnia.

GR: Le anticipo che è mia intenzione di proporre che uno dei prossimi progetti che faremo è quello di mappare i pascoli, il loro stato di conservazione, gli interventi da attuare per mantenerli e per migliorarli.

AS: Su questo, stabilendo delle regole, come diceva lei.

GR: Con il pieno coinvolgimento di tutti i livelli istituzionali, perché lei sa bene che il Parco è  un ente senza territorio, nel senso che per intervenire su un pascolo bisogna interloquire con il comune.

AS: Però, dico questo che, al di là del fatto che negli anni è stata tagliata la presenza dei forestali, che sarebbero poi quelli che avrebbero potuto fare anche delle operazioni di mantenimento dei pascoli, si possono anche responsabilizzare gli allevatori stessi, stabilendo delle regole, dicendogli cosa possono e non possono fare. Questo è nel loro interesse, perché sono interessati a far pascolare gli animali in un terreno della fida pascolo che non sia degradato.

GR: In modo che siano autorizzati a tagliare delle infestanti o a seminare dei miscugli di erbe…

AS: Appunto. Però questo richiede un lavoro che porti a definire delle regole che siano chiare e trovare anche qualche risorsa, perché, torno a ripetere, è chiaro che la formazione ha un costo, è chiaro che sul tema dell’acqua bisogna fare un ragionamento con il Consorzio di Bonifica Velia riguardo alla gestione delle sorgenti, da una parte, e alla possibilità di fare nei laghetti. Il direttore Nicodemo del Consorzio di Bonifica ha detto che il Consorzio è disponibile ed è interessato a fare queste operazioni. Il problema è che in passato ha avuto delle esperienze negative, nel senso che ha fatto negli accordi con la Comunità Montana Lambro, Mingardo e Bussento, ma poi cambiato il presidente ed è cambiata la musica, per cui lui dice che dato che fare cose di questo genere richiede un lavoro notevole per arrivare ad un progetto cantierabile con tutto un iter autorizzativo molto complesso e impegnativo, ci vogliono delle “garanzie politiche” da parte degli altri soggetti istituzionali territoriali – le Comunità Montane, l’Ente Parco, i Comuni – in maniera tale che si decidano le cose che si vogliono fare e che poi non si rimettano continuamente in discussione, perché sennò non si va da nessuna parte. Sui laghetti montani e di alta collina, sono oltre 20 anni che l’Unione Europea ci mette i soldi, ma in Cilento non se ne è potuto far nessuno fino adesso. Questi laghetti potrebbero essere usati come antincendio d’estate e come abbeveraggio degli animali, e poi forse anche per un po’ di irrigazione agricola estiva. Inoltre, potrebbero consentire di sistemare a monte tutte quelle canalizzazioni delle acque di sorgente che rischiano di costituire un pericolo, perché, non essendo più manutenute, vanno ad alimentare il dissesto idrogeologico, provocando frane e smottamenti.

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