Come risolvere il problema dell’acqua nel territorio del GAL Casacastra? Ci vuole una scelta politica condivisa

Marcello Nicodemo, direttore del Consorzio di Bonifica Velia, racconta le problematiche che finora hanno reso impossibile degli interventi puntuali in materia di regimazione e raccolta dell’acqua nel territorio del Lambro e del Mingardo. E’ possibile realizzare dei piccoli invasi in alta montagna e collina, ma secondo Nicodemo è necessario che le istituzioni territoriali – Comuni, Comunità Montana ed Ente Parco – raggiungano un accordo politico sugli interventi da fare, tenendo aperta un’interlocuzione costruttiva con il Consorzio.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti. Siamo con l’ingegner Marcello Nicodemo, direttore del Consorzio di Bonifica Velia che in questi ultimi 40 anni ha operato soprattutto nel Bacino dell’Alento, realizzando un sistema di dighe e di irrigazione che distribuisce acqua per utilizzo agricolo con un bocchettone ogni 500 metri, arrivando fino a 600 metri di altezza. Da alcuni anni le competenze del Consorzio sono state estese fino a comprendere i bacini idrici del Lambro e del Mingardo.

Siccome il progetto Nobili Cilentani insiste sul territorio del GAL Casacastra che tendenzialmente coincide con il territorio della Comunità Montana Lambro, Mingardo e Bussento, vorrei ragionare con Marcello su quello che è stato fatto o non è stato fatto in questi anni, anche per problemi di tipo burocratico, e quello che si potrebbe fare, considerando che sappiamo che l’acqua è un tema cruciale. L’acqua è strategica non solo in Cilento, ma ovunque. Qui, c’è un settore zootecnico ancora rilevante che opera con un sistema di transumanza estiva, dal basso verso la montagna e l’alta collina. Il cambiamento climatico, con estati molto calde e siccitose – in prospettiva, si parla di desertificazione del centro-sud Italia –, rende l’acqua una risorsa strategica per gli allevatori. D’estate le sorgenti si seccano e aumenta la difficoltà di avere l’acqua per abbeverare gli animali e per produrre foraggi.

La difficoltà maggiore nel territorio del GAL è legata anche al fatto che siamo in un’area calcare, dal punto di vista geologico, molto diversa da quella del Bacino dell’Alento che è un’area di Flysch, cioè un’area argillosa, dove quindi se ci sono delle sorgenti l’acqua scorre in superficie, mentre nell’area del calcare tende ad entrare dentro degli inghiottitoi o essere assorbita dal terreno, per poi riaffiorare in mare oppure riemergere a valle. Nel territorio del GAL ci sono 3 fiumi/torrenti – il Lambro, il Mingardo e il Bussento – che scorrono effettivamente con una discreta continuità annuale.

Vorrei che Marcello ci raccontasse cosa ha fatto il Consorzio dall’estensione delle competenze ad oggi. Avete fatto una mappatura delle sorgenti?

Marcello Nicodemo (MN): Ti ringrazio per l’invito che mi offre la possibilità di fare una riflessione e il punto su problemi e domande che nel corso degli anni il Consorzio si è posto o gli sono stati posti. In passato, il Consorzio non si è mai interessato di censimenti di sorgenti, né tanto meno di alimentazioni di pascoli in quota. E’ un argomento tecnico che noi non abbiamo mai affrontato. I sistemi nostri sono un po’ più complessi e finalizzati a rispondere ad altri tipi di domande.

Tuttavia, per quanto riguarda invasi collinari in quota, ti debbo dire che, sebbene nel corso degli ultimi 20 anni, tutti i programmi regionali, con risorse della comunità europea, hanno sempre previsto la possibilità di progettare e realizzare laghetti collinari, per le verità più destinati all’agricoltura che non all’allevamento, con la funzione implicita dell’antincendio. Per quanto riguarda i laghetti collinari noi abbiamo portato avanti un’iniziativa, che avevamo già iniziato negli anni ’90, se non prima, di studio di fattibilità di una serie di laghetti, però limitati al Bacino dell’Alento.

Due o tre anni fa abbiamo fatto, su spinta dei comuni di Stio, Monteforte e Magliano Vetere, un accordo con cui si conveniva un percorso in base al quale i comuni finanziavano la parte di prefattibilità iniziale, con una quota minima. Questo studio avrebbe dovuto essere lo spunto per attivare tutto il percorso autorizzativo e progettuale che è necessario. A parte la formalizzazione, poi non è andato avanti, perché come al solito i comuni sono tutti piccoli, hanno delle criticità serie nella mobilitazione anche di piccole, modestissime risorse, come era il caso.

Per la verità un’iniziativa nel comune di Celle di Bulgheria fu assunta dal Consorzio un decennio fa. Era un’inziativa molto interessante, però non riguardava i pascoli in quota, perché tesa a recuperare, tramite un sistema di collettamento molto articolato, una serie di sorgenti poco significative e che nel periodo critico si esaurivano. Il concetto molto banale era questo: venivano collettate, ossia raccolte, e venivano immagazzinate in una vasca da 50 mila metri cubi. Poi, questa vasta restituiva questa acqua invernale nel periodo critico estivo. La cosa interessante in quel caso era che, paradossalmente, queste piccole sorgenti che anticamente venivano impiegate anche per irrigare gli orti, con l’abbandono delle campagne che cos’era successo? Erano stati abbandonati anche i canali che convogliavano queste acque. Il paradosso era che queste acque di sorgente non convogliate andavano ad alimentare i sistemi franosi, per cui oltre al danno anche la beffa, non solo non venivano utilizzati in quanto canali, ma queste acque non incanalate alimentavano dei sistemi franosi. Era un progetto integrato, nel senso che aveva questa ambivalenza, in un certo senso di difesa del solo e di approvvigionamento.

AS: Secondo te, così a spanne, perché bisognerebbe fare uno studio del territorio, casi come questi sono frequenti? Parlo dell’abbandono delle opere di canalizzazione, spesso molto artigianali. Ne ho visto alcune recuperate da dei giovani agricoltori nei terrazzamenti di Montano Antilia. Credo che ce ne siano tante abbandonate che si stanno trasformando in emergenze di dissesto idro-geologico. Non erano opere eterne, richiedevano una continua manutenzione da parte degli agricoltori che ogni anno poi ci rimettevano le pietre e altri materiali. Se non ci sono più gli agricoltori, tutto quel sistema salta.

MN: D’accordo, ma non è che si può mantenere un sistema così arcaico.

AS: Non sto dicendo che dobbiamo rimettere in piedi un sistema arcaico. Dico soltanto che quei sistemi funzionavano e quindi evitavano che l’acqua, per esempio, andasse a fare dei danni, e quando poi serviva veniva utilizzata anche per l’agricoltura dei terrazzamenti e degli orti. Bisogna riattualizzare questi sistemi, perché sennò rischiamo che in questo territorio non solo c’è un processo di spopolamento, ma anche di catastrofe idro-geologica incombente.

MN: Ci eravamo concentrati su questa tipologia di interventi che era per noi molto, molto interessante perché, da un lato, il sistema di canalizzazione sarebbe stato razionalizzato con delle condotte in pressione e, dall’altro, aveva come fulcro la conservazione di queste acque drenate. Non ci inventavamo niente, anche perché poi, in uno scenario di cambiamento climatico come, con eventi meteorologici estremi, questa iniziativa è sicuramente lodevole, nel senso che l’unica possibilità tecnica di poter far fronte agli eventi estremi è proprio quella di accumulare e conservare l’acqua. Non è che ci stanno altre possibilità tecniche.

Questa iniziativa per il comune di Celle di Bulgheria si è fermata per il momento ad uno studio di fattibilità. L’idea era quello di estenderla, perché ad esempio hai detto bene tu, che una situazione analoga c’è pure a Montano Antilia e in quei comuni della cintura del Bulgheria, tra l’altro, come dicevi bene tu, caratterizzata dai calcari e da quella idro-geologia.

Perché non è andata avanti? Perché a livello nazionale i programmi per l’irrigazione negli ultimi 10 anni hanno previsto in via esclusiva progettazioni ed interventi nel campo della razionalizzazione, del senso di implementare i sistemi irrigui esistenti per ridurre i consumi e le perdite. Quindi, tutto quanto lo sforzo, coerente con indicazioni e direttive dell’Unione Europea, è teso alla razionalizzazione dell’uso dell’acqua, intesa specificatamente come riduzione delle perdite. Allora, capirai che rispetto a delle domande così specifiche, così precise, tu non puoi candidare, così come non abbiamo potuto candidare, un’iniziativa di questo tipo. Non che non abbiamo avuto interesse, ma non avendo la concreta possibilità di far finanziare questo tipo di progetto ci siamo fermati, nonostante l’impegno e il fatto che noi ritenessimo che fosse una cosa innovativa e interessante per quel tipo di territorio.

La verità è – ma andiamo in un discorso molto più ampio che non è certamente il momento di fare – che bisognerebbe valutare quella che è stata la politica comunitaria in tema di irrigazione e di gestione delle risorse idriche.

AS: Scusa Marcello, tu stai dicendo che negli ultimi 10 anni  l’Unione Europea e le politiche nazionali hanno consentito di fare soltanto opere di razionalizzazione dell’esistente, cioè finalizzate alla riduzione dei consumi idrici in agricoltura?

MN: Esattamente. Tu non potevi andare a dire che vuoi utilizzare l’acqua, ancorché residuale, perché devi irrigare questi terreni che 100 anni fa o 30 anni fa erano irrigati. Non è così. Tu pensa che il paradosso è che sono oramai 15 anni che nel Bacino dell’Alento dobbiamo completare per alcuni territori la rete di distribuzione per irrigazione con l’acqua della diga già disponibile. Bene, da 15 anni non riusciamo a farlo, perché anche se c’è tecnicamente la possibilità nella domanda di inserire questo tipo di progettazione, quando vai nei criteri di assegnazione dei ponteggi, quando tu prevedi un progetto di nuova irrigazione, sei tagliato fuori. Questo è il motivo sostanziale per cui noi non siamo andati, in questa parte di comprensorio esteso, a proporre irrigazione che si caratterizza come nuova irrigazione, ancorché andare a recuperare una tradizione secolare, eccetera, eccetera, non ha alcuna possibilità di successo.

AS: Quindi, che strada bisogna seguire?

MN: Fare questa cosa specifica è un problema di politiche che il Consorzio ha posto da anni, perché abbiamo interesse a far valere la nostra specificità. Il Cilento è una realtà particolare della regione Campania. Il concetto di agricoltura comprende la quarta gamma della Piana del Sele che non solo è un ordine di grandezza differente in termini di impieghi di volumi, ma concettualmente è una cosa completamente diversa, perché in Cilento l’agricoltura è essenzialmente conservazione dell’uso del solo. La specificità del Parco è la presenza dell’uomo, non della natura. Se scompare l’uomo nel Parco, il Parco non ha motivo di esistere. Per mantenere l’uomo nel Parco c’è bisogno anche dell’acqua.

Quando tu fai competere sullo stesso piano un progetto di agricoltura nel Parco del Cilento con quello della Piana del Sele è chiaro che è vincere facile, perché non c’è confronto. Non so se sono stato chiaro. Non voglio fare polemica, ma non so se tu ricordi che c’era la politica della polpa e dell’osso…

AS: Una distinzione coniata da Manlio Rossi Doria negli anni ’50 del secolo scorso.

MN: Scusami per questa citazione storica, ma il nesso è ancora là. Considera ancora che dal punto di vista del peso politico e proprio demografico siamo praticamente niente. Aggiungi anche queste due cose qua.

Per cui, a fronte di tutta la sensibilità, tipo conserviamo le aree e il Cilento è importante per l’equilibrio di una regione come la Campania, poi alla fine non si riesce a cogliere questa specificità. Io non posso competere con quegli altri. Noi siamo pure bravi, abbiamo fatto i progetti, ma alla fine non puoi competere con questi handicap notevolissimi quando ti fanno questi programmi, quando devi rispondere a queste domande, quando tu ti devi confrontare con l’agricoltura nel nord. La domanda degli ultimi 10 anni, la possibilità di fare progetti di irrigazione, sai quale è stata? Era che bisognava trasformare quelli che erano i canali a cielo libero del nord in canali in pressione, per ridurre le perdite.

Mi dici come faccio a competere come Consorzio Velia? A proporre un progetto a Celle di Bulgheria oppure a Montano Antilia in cui gli vado a raccontare quelle cose che ci siamo detti? A parte che manco lo capiscono e ti dicono, ma tu che vuoi? Non so se sono stato chiaro?

Invece, per quanto riguarda gli invasi, c’è obiettivamente una possibilità. Tutti i programmi comunitari negli ultimi 20 anni hanno sempre insistito su questa possibilità di fare i piccoli invasi. Sono state assegnate delle risorse. Quando parlo di piccoli invasi, stiamo parlando sia di progetti che si possono fare a quote relativamente basse – a 200-300-400 metri di quota – sia a quote più alte, che sono quelle dei pascoli montani. Quindi, non c’è un divieto e non è che tecnicamente non si possano fare. Ho avuto un contatto con il comune di Ottati e ho spiegato come bisognava andare avanti, ma un piccolo comune non può affrontare una cosa complicata come quella della realizzazione di un’opera del genere, che giustamente richiede un approccio professionale e di estrema competenza.

Sono opere che comportano dei rischi e, quindi, giustamente il legislatore si cautela in termini di progettazione e gestione di queste opere. La Regione Campania non ha elaborato una propria normativa per gli invasi sotto i 50.000 metri cubi, mentre esiste una normativa statale da almeno un ventennio che ha demandato alle Regioni le specifiche tecniche relativamente alle cosiddette piccole dighe, quelle inferiori a un milione di metri cubi e a 15 metri di altezza. Quindi, quando tu hai un invaso con queste caratteristiche, non è considerato una grande diga, ma una piccola diga e la relativa normativa è stata demandate alle Regioni.

Tutte quante le Regioni hanno fatto una specifica normativa su queste piccole dighe meno che la Regione Campania che non è riuscita a fare alcuna normativa in tema di piccole dighe. La cosa interessante è che nell’ambito delle piccole dighe, a sua volta, viene fatta una ulteriore suddivisione. Si parla di categoria A e B e di prima o seconda. Quello che a noi interessa è la seconda categoria, cioè quella di invasi di altezza inferiore a 10 metri e con una capacità di invaso inferiore a 50.000 metri cubi. Questa è proprio la fattispecie nostra, perché tecnicamente a quelle quote non puoi fare più di questo.

Nella Regione Campania non c’è una normativa di questo tipo, ma non è che questo sia un impedimento. Anzi, le Regioni che hanno fatto una normativa, hanno fatto un copia-incolla, per essere franco, della normativa nazionale relativa alle dighe, per cui chi ha scritto non si rendeva conto di quello che stava facendo. Ne parlo con competenza, in quanto sono responsabile di cinque dighe e, quindi, so che cosa significa costruire e soprattutto gestire un invaso. Restano, e questo è il punto fondamentale, una progettazione e un iter amministrativo molto complessi.

Quale è la soluzione? Succede questo che il piccolo comune non ha la possibilità tecnica di progettare un piccolo invaso. E’ un compito sicuramente delle Comunità Montane che in passato li hanno fatti questi piccoli invasi, con più o meno successo. Però, in questo caso, e cito un’iniziativa che facemmo qualche anno fa con la Comunità Montana del Lambro e Mingardo con cui recuperammo un vecchio progetto di fattibilità fatto da loro, però poi, come al solito, è cambiato il presidente e questa cosa non è andata avanti.

Nel nostro caso, quindi, oltre al fatto tecnico, ci vuole, a mio giudizio, anche un accordo di tipo “politico” e di sostegno. Questa dovrebbe essere la forza delle nostre terre, per cui si mettono insieme il Parco, la Comunità Montana, i Comuni e il Consorzio Velia, e ognuno fa la propria parte.

Noi non possiamo pensare di implementare dieci piccoli invasi con un costo iniziale di progettazione che è notevole e poi andare a sbattere contro, a superare tutti i momenti autorizzativi, che comunque sono necessari e importanti, perché che tu faccia un’opera da 50 milioni di metri cubi o da 10 milioni di metri cubi, dal punto di vista burocratico e progettuale è sempre più o meno la stessa cosa.

AS: Quindi, per capire, la Regione Campania non ha fatto una normativa su questo, ma questo non è motivo di impedimento. Per cui, si usa la normativa nazionale? Se non ha fatto una normativa ad hoc, questo significa che, dal punto di vista dei finanziamenti, che la Regione non mette soldi su queste opere?

MN: Sono due piani distinti, l’uno non vede l’altro. Ci mette i soldi, però se presento un progetto e lo presento a tutti i vari organi, il riferimento tecnico per quanto riguarda specificamente le dighe non c’è. Tutto qui, ma questo non vuol dire che non si possa fare, né questo è il motivo per cui non abbiamo fatto le opere.

AS: Quindi, tu sottolinei il fatto che queste opere sono fattibili sia dal punto di vista normativo sia dal punto di vista tecnico, ma dici che il problema  è fondamentalmente un problema di garanzie politiche rispetto a tutta una procedura, che è molto onerosa e piena di difficoltà tecniche e burocratiche. Tu dici che il Consorzio non si mette in un percorso di questo genere se non c’è un accordo politico di tutti i soggetti del territorio che va dai Comuni alla Comunità Montana, al Parco. Questo è quello che tu stai dicendo?

MN: Easattamente.

AS: Bene, questo è importante, perché è importante fare chiarezza su quali sono le questioni sul tappeto, nel senso che siccome la questione della zootecnia, soprattutto per il territorio del GAL, che è quello su cui stiamo ragionando, è un tema che interpreto come un problema di assunzione di responsabilità delle amministrazioni, da una parte, ma anche collettivamente degli allevatori, quindi delle imprese, e di tutti i soggetti del territorio.

Stiamo cercando di far capire che se da qui a 5 anni non si fanno degli interventi di accompagnamento – come, ad esempio, i laghetti – è molto probabile che il settore zootecnico cilentano sia destinato ad andare a sbattere contro un muro, considerate le condizioni generali di mercato, sempre più soggetto ad importazioni di prodotti che vanno dalla carne, al latte, ai formaggi da paesi che producono a costi molto minori rispetto ai costi italiani e cilentani, e considerato anche che i contributi pubblici agli allevatori sono in riduzione. O gli allevatori sono in grado di fare un salto di qualità, diventare famiglie/aziende e lavorare più per il mercato, ossia lavorare sulle produzioni, migliorarne la qualità e cercare di costruire un sistema di vendita diretta, oppure rischiamo di non avere quasi più allevatori sul territorio fra 5-6-7 anni.

Credo che sia importante coinvolgere anche il Consorzio di Bonifica in questa riflessione, perché il futuro della zootecnia cilentana non è un problema solo degli allevatori, ma è un problema di tutto il territorio che deve decidere che cosa vuole diventare, cosa vuol fare. Questo per evitare che poi fra 5 anni, qualcuno si svegli e dica: “caspita! avevamo tanti allevatori e adesso non ne l’abbiamo più! avevamo tanti animali e adesso non ce li abbiamo più! come mai?

Se non si fanno degli interventi si rischia che le aziende chiudano, questo perché hanno dei costi fuori mercato e hanno delle difficoltà strutturali. L’acqua è un tema centrale, perché con i cambiamenti climatici da qui a 5 anni la situazione sarà molto peggiore. Siamo nel Mediterraneo, si parla di evitare un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi anche a seguito degli accordi della COP 26 di Glasgow, ma sappiamo perfettamente che nel Mediterraneo, essendo un mare interno, la temperatura è già aumentata di 2,2 gradi. Quindi, in realtà noi siamo già oltre la fase degli 1,5 gradi. Questo si sa, ma nessuno lo dice. I dati ci sono, basta andare a vederli.

MN: La tropicalizzazione del clima, si chiama, un fenomeno che comprende la fascia nordafricana, il Portogallo, la Spagna, il centro-sud dell’Italia, la Grecia e la Turchia. Questa è la fascia più a rischio. E il Cilento ci sta totalmente dentro.

AS: Quindi, o ci diamo una mossa oppure troveremo un Cilento desertico, fra pochi anni, perché questi processi quando poi scattano, sono velocissimi, sono accelerati. Lo vediamo dal punto di vista degli eventi estremi.

Da questo punto di vista, ti ringrazio perché hai fatto chiarezza rispetto a quali sono i vincoli e anche le opportunità che il Consorzio avrebbe nel fare delle cose, nel muoversi, nell’essere un soggetto proattivo. Mi auguro che su questo questa nostra intervista serva per far capire che è un problema anche e soprattutto di tipo politico. Le incognite di un percorso riferito alla costruzione di alcuni piccoli invasi vanno ridotte al minimo. Mi sembra un discorso molto chiaro e coerente.

MN: Sono ormai oltre 35 anni che faccio questo lavoro e ti racconto questo episodio perché è emblematico della realtà. Circa 25 anni fa dovevamo progettare l’impianto di irrigazione/distribuzione, perché la diga era quasi completata. Con lungimiranza ci ponemmo il problema. Abbiamo avuto uno scontro con quelli che dicevano che nel Cilento ci sta l’ulivo e la vite, l’acqua a che serve? Anzi, dicevano questi, noi ci stiamo battendo perché vogliamo il Dop e il Doc e questi disciplinari prevedono che le colture devono essere seccagne, cioè senza acqua, cioè l’olivo deve essere senza acqua, la vite deve essere coltivata senza acqua. Noi ci siamo scontrati con questi e prima ancora che venisse fuori la questione del cambiamento climatico facevamo discorsi molto più semplici e dicevamo: “guardate, se voi volete fare un’agricoltura che vuole sostenere il mercato, non potete dire un anno o due anni, perché questo è ciclo idrologico, indipendentemente dal cambiamento climatico che lo ha accentuato, che avete prodotto di meno, perché ha piovuto di meno”. In un’economia spinta e competitiva come quella di oggi, tu questo non lo puoi dire, perché se tu ti sei conquistato una fetta di marcato, ancorché microscopica, tu non puoi dire: “io quest’anno il mercato non lo faccio”.

Benissimo. A distanza di vent’anni parliamo con i produttori, i quali dicono che è una cazzata, scusami il termine, la condizione di non irrigazione dei vitigni e degli uliveti, perché per garantire le produzioni, a maggior ragione nello scenario dei cambiamenti climatici, ci vuole l’acqua.

Ci siamo dovuti scontrare anche contro questo tipo di approccio all’agricoltura nel Cilento. Noi abbiamo dovuto convincere tre testoni che senza acqua non si vive. Per fare una citazione posso dire che mille persone possono non amarsi, ma mille persone senza acqua muoiono.

2 commenti

  1. Descrizione quanto mai lucida di un professionista che conosce fino in fondo la materia, in linea con i tanti e valorosi professionisti che il Consorzio di Franco Chirico ha, negli anni, sfornato. E le opere compiute stanno lì a dimostrarlo.
    Nell’intervista a un certo punto si cita Rossi-Doria, di cui sono stato alunno, e la storia dell’osso e della polpa.
    Bè se c’è un appunto da fare al Professore è proprio quello di non aver capito che proprio dall’osso si poteva ricavare un’agricoltura di qualità, come con il progetto stiamo cercando di realizzare e, quindi, lui che era anche un politico, di non aver fatto nulla per influenzare comportamenti governativi a tutela dell’agricoltura dell’osso. La stessa squola di Economia di Portici, era tutta tesa a “importare” l’agricoltura americana e ha non poco influenzato le scelte governative delle Alte Rese.
    Per quanto riguarda l’uso dell’acqua, si ad un programma di laghetti collinari e piccoli invasi, ma no all’irrigazione degli oliveti o della vite: il Metodo Nobile, il suo disciplinare, combatte le alte rese perchè finiscono per penalizzano i polifenoli e quelle molecole che influenzano il gusto, gli aromi, oltre alle ad apportare benefici salutari. I migliori oli cilentani, i suoi vini, alcuni ortaggi, sono di pregio e di alta qualità quando provengono da zone “seccagne”; le alte rese determinano lo stesso fenomeno dell’acqua nel vino: aumenta il volume, ma è un vino annacquato…E così tutto il resto.
    Certo, il discorso non finisce qui in quanto poi questi prodotti vanno valorizzati in modo diverso dai prodotti di massa per consentire all’agricoltore-allevatore, di ottenere il giusto prezzo per questa sua qualità che si distingue dalla massa, ma qui il discorso si fa più complesso perchè entriamo in un campo di politica agricola che, negli anni, complici anche le Organizzazioni agricole, ha fatto di tutto per rovinare l’agricoltura di qualità quale l’OSSO poteva, e ancora può, produrre.

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