Cosa può fare l’Ente Parco Nazionale del Cilento per gli allevatori e la zootecnia?

Tommaso Pellegrino, presidente dell’Ente Parco Nazionale del Cilento, ragiona sulle cose fatte e sulle cose da fare per accompagnare la transizione imprenditoriale del settore zootecnico nel territorio del Parco e del GAL Casacastra. Pellegrino ragiona su governance territoriale, formazione, gestione dei pascoli, della risorsa acqua e marchio del Parco.

Alessandro Scasellati (AS): Salve a tutti. Siamo con Tommaso Pellegrino, presidente dell’Ente Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Con Tommaso vorrei ragionare sul tema della zootecnia, focalizzando l’attenzione su alcune delle questioni che stanno sul tappeto e che sono aperte. Tommaso, ti chiedo intanto di farci un ragionamento, darci una tua valutazione sull’importanza del settore della zootecnia e pastorizia dal punto di vista sia ambientale sia economico, come presidio del territorio del Parco e in particolare per quello del GAL Casacastra che comprende le valli del Lambro, Mingardo e Bussento.

Tommasso Pellegrino (TP): Inanzitutto mi fa piacere che al centro di questa ricerca, di questo studio, di questo lavoro ci siano proprio i nostri allevatori. C’è tutto il comparto della zootecnia che nel nostro Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni presenta sicuramente uno dei settori importanti. D’altra parte questo lo testimonia anche fortunatamente il fatto che ancora ci sono diversi allevatori e questo è un dato significativo. Lo testimonia il fatto che c’è una produzione di qualità. Se pensiamo ad esempio a tutto il settore della pastorizia, sappiamo che oggi sono tanti i prodotti derivati, i formaggi di grandissimo pregio che ci sono nel nostro territorio.

Effettivamente è un tema importante nel Parco Nazionale la zootecnia, gli allevamenti rappresentano sicuramente un punto centrale ed importante. Dobbiamo fare in modo di stare vicino e accompagnare questo percorso, perché è chiaro che oggi la zootecnia, rispetto a quello che si verificava un po’ di anni fa, è radicalmente cambiata. Partiamo da un presupposto che un po’ di anni fa significava prettamente autoconsumo. Serviva al singolo nucleo familiare per poter avere una piccola entrata sufficiente a poter portare avanti le attività quotidiane.

Oggi, invece è arrivato il momento anche di una trasformazione di tutto il comparto della zootecnia, con il passaggio dall’autoconsumo all’azienda che possa creare anche nuove opportunità lavorative. Ad avere quell’elemento di qualità importante ed utilizzarlo per creare lavoro, per creare azienda. Abbiamo un grande vantaggio legato al fatto che siamo all’interno di un Parco. Penso che si possa conciliare perfettamente il fatto che si facciano degli allevamenti di qualità e si arrivi ad una produzione di qualità che è spendibile sul mercato come particolarmente appetibile nella rete commerciale. Questo significa che oggi ci può essere un interesse e un’opportunità reale attraverso il comparto della zootecnia.

Certo ci sono un po’ di cose da fare. Dobbiamo mettere in campo una strategia e possibilmente un coordinamento. C’è bisogno di accompagnare questo processo. C’è bisogno di investire in formazione, perché come tutti i lavori non si possono improvvisare. Non si può restare legati all’idea della zootecnia di alcuni anni fa. Ci sono nuove esigenze di mercato, c’è il mercato europeo, ci sono altri tipi di richiesta e se vogliamo essere competitivi dobbiamo avere delle aziende che siano preparate, competenti e soprattutto capaci di stare al passo con quello che il mercato richiede a livello, non soltanto territoriale, ma anche nazionale e direi anche internazionale.

Questo è il vero grande passaggio che dobbiamo fare, perché se veramente crediamo che nel nostro territorio la zootecnia possa occupare ancora un ruolo centrale e che possa essere ancora un’opportunità per i nostri giovani, dobbiamo andare in questa direzione: formazione, accompagnamento, incentivi e far capire che chi vuole investire in questo settore non è abbandonato a se stesso o non va incontro soltanto ad una serie di problematiche varie. Che piuttosto può svolgere un’attività lavorativa anche con un po’ di serenità.

AS: Ti ringrazio. Hai toccato dei punti molto importanti. Ti vorrei porre però alcune questioni. Tu dicevi che ci sono diverse questioni aperte. Intanto, c’è una questione di governance territoriale, nel senso che ci sono diversi enti che hanno delle competenze, si va dai comuni alle Comunità Montane e al Parco. C’è un tema di costruire un quadro che sia uniforme, con delle regole chiare e condivise in tutto il territorio.

Poi, c’è questo tema della formazione che è importante e su cui va provato a fare, come territorio, un ragionamento sul fatto di riavere una scuola, un istituto tecnico con un orientamento legato all’agricoltura. Capisco che in passato c’erano pochi studenti, ma se si vuole effettivamente rilanciare questo settore su nuove basi, più moderne, come dicevi, il tema della formazione è molto rilevante.

Poi, ci sono altre questioni che hanno a che fare con la gestione dei pascoli dal punto di vista qualitativo. C’è il tema del miglioramento del pascolo, perché il degrado dei pascoli avanza rapidamente. Si dice che non si possono toccare, che non si possono migliorare, che non si possono fare delle azioni proattive, ma basterebbe la falciatura in certi periodi dell’anno, in modo da evitare che le piante infestanti annuali arrivino a fare il seme e che quindi si riproducano. Ci sono i forestali che potrebbero essere utilizzati per questo oppure si potrebbero responsabilizzare gli stessi allevatori.

C’è il problema dell’acqua e della sua gestione, dalla messa a sistema dei vecchi abbeveratoi alla realizzazione di una nuova rete di abbeveratoi oltre la linea in cui già ci sono. Bisognerebbe ragionare sulla realizzazione di laghetti che possono avere una duplice funzione, quella per l’abbeveraggio degli animali e quella dell’antincendio d’estate, per cui potrebbero essere utilizzati dagli elicotteri con i secchi con cui prelevare l’acqua per spegnere gli incendi nei boschi.

La faccio breve perché non abbiamo tanto tempo, però ti ho posto alcuni problemi e vorrei che tu provassi a ragionarci.

TP: Hai posto quattro cose che sono legate tra loro. Tu mi parli degli enti che sono tanti, troppi probabilmente. Spesso succede che si sovrappongono anche nelle competenze. Però, volendo parlare di quello che abbiamo, piuttosto che di quello che dovrebbe essere, possiamo dire che basterebbe già avere una maggiore sinergia. Basterebbe avere un’azione di coordinamento, dei tavoli comuni su alcune problematiche, per cercare quantomeno di fare sintesi per evitare sforzi ripetuti da parte di più enti o progettualità ripetute da più enti. Da questo punto di vista, penso che nel nostro territorio su alcuni settori lo stiamo già facendo.

C’è un lavoro di sinergia, di collaborazione e di programmazione da fare. Come si supera questo? Si supera programmando, pianificando. Laddove c’è una programmazione territoriale, riusciamo a capire chi deve fare cosa, come la deve fare e con chi si deve rapportare. Dobbiamo programmare nei diversi settori, nelle diverse attività, programmare le diverse linee di attività che ci sono nei nostri territori.

Detto questo, hai posto l’altro problema importante della formazione. Abbiamo perso l’istituto con un indirizzo legato all’agricoltura. Probabilmente, dobbiamo anche ripensarlo. Su questo penso che possa essere ancora utile avere un istituto che si occupa di agricoltura, probabilmente ripensandolo collegato alle aree interne, cioè a quelle aree dove c’è una maggiore attività nella zootecnia e nell’agricoltura. Se noi avviciniamo questo istituto ai luoghi dove c’è una maggiore concentrazione, penso che qualche risultato in più lo otteniamo, perché voglio ricordarlo che è stato chiuso l’istituto con indirizzo in agricoltura perché non c’erano sufficienti iscritti. Ma, noi parliamo di un territorio molto vasto che è il territorio del Parco e che da solo rappresenta il 50% di quello a sud di Salerno, che è la provincia più vasta d’Italia. Stiamo parlando, quindi, di un territorio che è molto esteso, dove ci sono tanti piccoli centri che a volte sono anche lontani tra loro. Bisogna anche qui fare programmazione, scelte e pianificazione. Per questo dico che sono temi legati. Se facciamo un’opportuna verifica e una programmazione sulla base del bisogno e delle esigenze che ci sono, che sono diverse da territorio a territorio, possiamo andare ad individuare quelle che sono le aree con la maggiore densità di allevamenti e di presenze agricole. Probabilmente, in quel territorio un istituto con indirizzo legato all’agricoltura può avere più che un senso, più che un significato e io sono certo che la scommessa la vinciamo, avremo molti più iscritti e avremo la possibilità di portarlo avanti.

Per quanto riguarda la gestione dei pascoli, lì c’è un problema burocratico. Noi viviamo nel paese più burocratizzato del mondo. Lo continuerò a dire all’infinito, la burocrazia e la norme e contro norme, non tutelano l’ambiente. Chi pensa che, aumentando la burocrazia, abbiamo più tutela ambientale, sbaglia. E’ esattamente l’opposto e lo dice un ambientalista che ha fatto dell’ambientalismo il tema più importante della sua vita.

C’è bisogno di fare un salto di qualità. Dobbiamo interpretare l’ambientalismo andando verso un ambientalismo moderno, cioè capace anche di intervenire sui territori, lasciando inalterato il patrimonio ambientale legato alla ricchezza della biodiversità e quant’altro, ma non si può pensare che noi lasciamo tutto abbandonato a se stesso perché non dobbiamo intervenire solo perché è zona parco, solo perché è zona di pregio ambientale e poi ci sono le piante infestanti, poi ci sono problematiche varie, poi c’è il rischio incendi e poi c’è tutto ciò che è l’opposto della tutela ambientale.

La burocrazia determina degrado ambientale, determina pericolo, determina pericolo nei casi di cui noi parliamo, dal pericolo degli incendi a quello legato a tante emergenze ambientali. Anche qui, pianificazione e programmazione degli interventi sulla base delle necessità e delle caratteristiche del territorio. Noi un tentativo, come Parco, lo stiamo facendo, confrontandoci con una burocrazia assurda. Ci siamo imbattuti in situazioni burocratiche che non dipendono certamente da noi, ma dipendono delle norme nazionali e a volte anche europee che purtroppo determinano non snellimento delle procedure, non semplificazione, ma rallentamenti, ritardi, lacci e contro lacci alle famiglie, alle aziende e agli allevatori, molte volte.

Certo, ci devono essere delle norme chiare. Chi vuole fare qualcosa deve rispettare le regole e deve rispettare soprattutto il contesto ambientale nel quale opera, però ci sono delle situazioni che oggettivamente vanno nella direzione di allontanare il giovane dal territorio o il giovane dal fare l’investimento o il giovane dall’iscriversi all’istituto alberghiero o agrario.

Nella gestione dei pascoli, purtroppo anche lì c’è una problematica, una problemtica che dovrebbe essere anche concertata con chi i pascoli li vive quotidianamente. Il rispetto delle regole, però, è fondamentale, questo lo dico e continuerò a dirlo. C’è anche chi pensa di fare l’allevatore senza aver nessun tipo di rispetto nei confronti del terreni e di situazioni altrui, questo è un fatto che sfocia nell’illegalità, a mio avviso, e quindi non parliamo di nulla di virtuoso e allora è evidente che bisogna intervenire per ripristinare la legalità, ma è cosa diversa.

A questo voglio collegare anche il quarto discorso che tu mi facevi legato all’acqua. Certo, c’è una problematica importante legata dall’acqua, ma sappiamo che non è un problema legato solo ai nostri territori, è un problema un po’ più ampio. Però, anche qui, tra i tanti enti cerchiamo insieme di fare uno sforzo per presentare progettualità. Anche qui, quindi, programmazione che è il filo comune di tutte e quattro le cose di cui tu mi parlavi. Cerchiamo di mettere in campo una progettualità tra i vari enti che possa arrivare alla creazione… Perché poi non è vero che l’acqua non c’è. Molte volte c’è una dispersione di acqua notevole. Il problema è che noi dobbiamo fare in modo che non ci sia questa dispersione di acqua. Dobbiamo ottimizzare quelle che sono le nostre sorgenti.

Lo dico, purtroppo, con una certa cognizione di causa, abbiamo investito poco rispetto al tema della ricognizione della risorsa idrica nei nostri territori. Dobbiamo fare uno sforzo in più per avere un quadro generale della risorsa idrica e mettere in campo progettualità comuni che vadano nella direzione di creare opportunità, da una parte, ma evitare dispersione, dall’altra. Se evitiamo la dispersione diventa più facile, più semplice poter utilizzare quell’acqua anche per la zootecnia, anche per chi vuole investire e creare un allevamento, per chi vuole avere delle condizioni di minor disagio.

AS: Per concludere, ti sottopongo il tema del mercato, perché qui ci troviamo spesso in una situazione un po’ paradossale. Ci sono dei produttori che sono eccellenti e soprattutto sono eccellenti dal punto di vista del modo in cui allevano i loro animali – allo stato semi brado -, quindi con una qualità superiore dalla materia prima latte e carne rispetto che a quella che si può trovare normalmente in un supermercato, per intenderci. Però, poi non hanno delle quantità e spesso questi allevatori, siccome non hanno delle quantità sufficienti, non possono cercare di abbordare un mercato più ampio, ma alle volte non riescono neanche a vendere quei pochi prodotti che hanno sul mercato locale.

Allora, qui c’è un ragionamento che andrebbe fatto ad esempio da un punto di vista dell’ampliamento dell’offerta in termini di varietà de prodotti. Penso ai formaggi. E’ vero che il Cilento ha dei formaggi eccellenti, ma ha solo quattro tipi di formaggi – il caciocavallo, la mozzarella nella mortella, il cacioricotta e il pecorino – e questo non è solo un limite, ma anche un problema, ad esempio, per la ristorazione che non riesce a completare un carrello dei formaggi con solo quattro formaggi. Si deve lavorare sulla formazione, ancora una volta, dei casari e degli imprenditori.

Il tema è anche quello di ragionare sulla valorizzazione di un marchio. E’ chiaro che il Parco Nazionale potrebbe essere centrale in termini di identità e di visibilità rispetto al mercato. Bisognerebbe però ragionare anche in termini di favorire l’aggregazione in una logica di filiera, di tracciabilità e di organizzazione di filiera. Ho seguito l’operazione del marchio del Parco che c’è da qualche anno. Le mie osservazioni a riguardo sono negative perché non c’è un vero e proprio “disciplinare” che garantisca che non sia soltanto il fatto che un’azienda abbia sede nel territorio del Parco e che poi trasformi materie prime che vengono da fuori.

Questo è un fatto rilevante perché ci sono dei piccoli produttori locali che fanno grandi sforzi per produrre partendo dalle materie prime locali, magari anche certificate biologiche, e poi rischiano di essere fusi insieme agli altri.

L’altro tema è quello di ragionare non solo sulla singola azienda, ma sull’integrazione di filiera, cercando di costruire e consolidare le reti di collaborazione tra le imprese.

TP: Sul marchio del Parco dico subito che la realtà non è così, perché dobbiamo confrontarci con quelle che sono le norme italiane ed europee. Noi non diamo patenti di qualità o certificazioni di qualità. Questo non lo possiamo fare. Noi possiamo riconoscere soltanto la territorialità. E’ chiaro ed evidente che nel momento in cui noi facciamo un disciplinare dove mettiamo al primo posto la territorialità, non è che facciamo l’indagine e andiamo a fare le attività di polizia all’interno delle singole aziende. E’ chiaro che l’azienda che ci certifica una produzione sul territorio dell’area del Parco e noi riconosciamo quello.

Il marchio del Parco è riconoscere l’imprenditore che oggi fa azienda all’interno del nostro territorio. Dobbiamo chiarire bene quello che facciamo con il marchio del Parco e oggi abbiamo 180 aziende a marchio Parco. Questo significa che ci sono 180 imprenditori che lavorano all’interno dell’area Parco, 180 imprenditori che oggi producono all’interno dell’area del Parco. Ci sono 180 produttori che danno lavoro a numerose famiglie, questo è riconoscere oggi il marchio del Parco.

Non è un marchio di qualità. Noi non andiamo a dare il marchio per dire che quel prodotto è qualitativo se ha determinati canoni, questo spetta ad altri tipi di certificazioni, altrimenti andremmo completamente in contrasto con quelle che sono le norme nazionali ed europee. Non lo possiamo fare. Abbiamo avuto il riconoscimento e la possibilità da parte del Ministero dell’Ambiente di poter procedere all’assegnazione del marchio del Parco perché abbiamo messo in evidenza l’azienda che fa attività sul nostro territorio. Mi fa piacere che me lo hai chiesto così chiariamo un punto che è fondamentale, perché altrimenti ognuno dice delle cose.

Certo, il tuo discorso è virtuosissimo, ma non siamo noi a poterlo certificare. Quello che dici tu lo devono certificare gli enti a cui la legge consente di fare quel tipo di certificazione. Ci sono degli enti internazionali che fanno questo tipo di attività, non lo possono fare neppure gli enti istituzionali. A nessuna istituzione è consentito fare questo tipo di attività.

Seconda cosa, noi abbiamo chiuso anche il cerchio però, perché non ci siamo limitati a fare i prodotti a marchio Parco, ma abbiamo fatto in modo che ci fossero anche i ristoratori che possano utilizzare quei prodotti a marchio Parco, perché altrimenti c’è chi viene nella comunità emblematica della dieta mediterranea, e piuttosto che il cacioricotta o il caciocavallo gli portano l’emmental. Questo è un fallimento del territorio, è un fallimento di tutti quanti noi. Altro che zootecnia, è la distruzione e l’annullamento di tutto il lavoro che che per anni abbiamo portato avanti. E ho fatto un esempio concreto di una situazione che è successa concretamente.

Cioè, noi viviamo nel territorio dove la dieta mediterranea. Il capitano della dieta mediterranea è rappresentato dall’olio e in tutti i ristoranti del Parco dovrebbe essere obbligatoria la presenza dell’olio del territorio del Parco. Se oggi andiamo a vedere, invece, quanti sono i ristoratori che ti portano a tavola oli, anche di bassa qualità, di altre regioni, purtroppo sono più del 50%. I vini? Quanti sono i ristoratori che hanno una una selezione di vini del nostro territorio.

Noi stiamo spingendo in questa direzione e il fatto oggi di avere 60 ristoratori nell’area Parco che hanno aderito alla rete del gusto della dieta mediterranea, che hanno accettato un disciplinare che noi abbiamo proposto, e che in quel disciplinare c’è un tot numero di prodotti a marchio Parco – c’è l’olio obbligatorio, ci sono tre etichette di vino obbligatorie, ci sono i formaggi del territorio e quant’altro – significa dare forza alla nostra economia produttiva, significa dare forza a quella filiera che oggi investe in produzione territoriale. Che, a mio avviso, quando la produzione territoriale coincide con un territorio di un Parco Nazionale e coincide con determinate condizioni, può significare anche qualità, ma non perché lo diciamo noi, perché viene naturale questo tipo di discorso e perché chi viene qui vuole vivere la dieta mediterranea a 360 gradi, attraverso la passeggiata lungo i nostri sentieri, attraverso la pista dei centri storici, attraverso la conoscenza della biodiversità, ma anche attraverso quella conoscenza a tavola delle produzioni del territorio.

Tra l’altro, lo ricordiamo, in tutti i report dei turismo al primo posto come risposta del turista non c’è che cosa deve andare a vedere e qual è la creazione culturale o artistica più importante, ma c’è dove andare a mangiare i prodotti di quel territorio. Non lo dico io, lo dicono tutti i report e l’ho visto anche su quello dell’Expo 2015 che è stato fatto quando c’è stata l’Expo a Milano ed è una importante novità. Da questo punto di vista, abbiamo la forza maggiore, abbiamo la dieta mediterranea, siamo la comunità emblematica della dieta mediterranea. Per questo fare una determinata produzione qui, da noi, ha un significato di gran lunga più importante rispetto ad altri territori. Però, se poi portiamo a tavola l’emmental, piuttosto che il cacioricotta, non andiamo avanti.

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