Imprenditoria e territorio. La valorizzazione delle produzione locali richiede un salto di qualità

Mario Notaroberto, comproprietario dell’azienda vitivinicola e multifunzionale Albamarina di Centola, racconta il suo peculiare percorso di cilentano che ha “fatto fortuna” all’estero e poi ha deciso di tornare sul territorio natio per investire e creare un’azienda che è diventata in pochi anni un caso di eccellenza. Albamarina è un partner del progetto Nobili Cilentani e sta sperimentando l’allevamento semi brado delle galline nelle vigne. Mario racconta quale è il suo progetto e sviluppa anche delle riflessioni sulla strada da seguire per favorire lo sviluppo locale cilentano nei settori dell’agricoltura e della zootecnia.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti. Siamo con Mario Notaroberto, cofondatore e socio di un’azienda che si chiama Albamarina e che ha sede a Futani, che è anche il comune dove Mario è nato, ma l’azienda agraria sta nel comune di Centola. Mario ha una storia molto interessante è una cilentano che ha avuto molto coraggio. Ad un certo punto se n’è andato dal Cilento. Ha fatto delle scelte che hanno avuto successo e poi ha deciso di tornare e di investire nell’attività agricola. Ha preso un impegno, anche etico personale, di tornare sul territorio e portare quei capitali che, per sua fortuna, era riuscito a mettere insieme con attività realizzate fuori del territorio. E’ un caso molto interessante, una mosca bianca rispetto a tanti che purtroppo se ne sono andati dal Cilento e poi non sono più ritornati. Mario vorrei che tu raccontassi brevemente la tua storia e anche la storia dell’azienda, che cosa produce e quali sono i tuoi obiettivi.

Mario Notaroberto (MN): La mia storia, vista l’età, è abbastanza lunga, però non vorrei dilungarmi molto su di me. Mi piacerebbe molto di più parlare dei progetti di sviluppo del territorio cilentano.

Sono nato a Futani, anzi a Castinatelli, che è una frazione di Futani, nel lontano 55 e finiti gli studi superiori a Vallo della Lucania mi iscrivo all’università a Napoli, dove dopo due anni trovo lavoro. Resto lì per sette anni a lavorare. L’emigrazione è arrivata negli anni ‘80 quando, un incontro fatale, mi ha portato a lasciare Napoli, non per bisogno di emigrare, stavo bene, avevo un lavoro con un mio stipendio, ma perché ho incontrato l’amore, come si suol dire. Ho incontrato questa donna italiana che lavorava in Lussemburgo e ad un certo punto ho deciso di raggiungerla. I primi anni in Lussemburgo non sono stati facili, comunque poi quando si ha la voglia di emergere, di fare delle cose, è arrivato anche il momento in cui ho avuto le mie soddisfazioni. Ho iniziato a lavorare prima come operaio, poi ho cominciato come rappresentate di mobili. Aiutando degli amici, mi sono ritrovato a essere socio in un ristorante. L’attività di arredamento per delle banche è andata avanti fino al ’96. Ma, avevo aperto un primo locale nell’88 e un secondo nel ’92. Nel ‘97 ho deciso di chiudere con l’attività di import/export di mobili per l’arredamento per dedicarmi maggiormente a quello che era il piacere della bouche, come dicono i francesi, del bere e del mangiare. Così, insomma, nel ‘97 ho chiuso una società e nel ‘99 ho aperto altri due locali. Nel 2001 ho chiuso due locali, c’è stata la ristrutturazione e la riapertura sotto l’insegna di Notaro. Lì è stato il boom della mia fortuna, perché mi sono dedicato alla cantina, oltre che alla cucina, e nel 2005 sono stato premiato dalla FIPE in occasione del Salone Internazionale di Vinitaly a Verona come migliore selezione di vini italiani in un ristorante all’estero.

Questo ha fatto sì che mi applicassi ancora di più nel mondo del vino. Ho studiato, cercato, assaggiato e girato molto, finché quando i figli, il primo nel 2008 e il secondo nel 2009, hanno finito gli studi a Milano, sono rientrati dicendomi che si erano laureati, che avevano la laurea come io volevo, però volevano rimanere a lavorare con me. Ho cercato di dissuaderli, però la loro volontà era tale che è arrivato il momento che Mario ha un lavoro che ha sempre sognato, che ha sempre voluto fare e che soprattutto gli dà la possibilità di ritornare in Italia nel posto dov’è nato, dove è rimasto legato in tutti questi anni.

Così nel 2008 è nata l’azienda agricola Albamarina, in società con i figli. La produzione maggiore è rivolta verso la viticoltura, però senza dimenticare che di famiglia eravamo e siamo produttori di olio di oliva, eravamo e siamo produttori di castagne e di ortaggi. Insomma, ho cercato di continuare la tradizione e di cercare di fare l’azienda agricola a 360 gradi. Tanto è vero che nella mia azienda ho anche l’allevamento di un po’ di pecore e di un po’ di capre, ci sono gli asini, i conigli e le galline. E questo mi ha portato ad aderire a questo progetto promosso dalla Comunità Montana. Un progetto che finora è stato un po’ frenato dal Covid-19, ma a cui tengo molto, perché il mio agronomo ed enologo insistono che devo concimare i vigneti con il guanito che non è altro che la cacca che fanno gli uccelli. Non posso allevare gli uccelli, per cui mi sono messo ad allevare le galline. La mia idea che sto realizzando è di mettere le galline all’interno delle mie vigne con dei pollai mobili da spostare da una vigna all’altra. Utilizzare le galline non soltanto per la produzione di uova, anche se oggi vendere un uovo a 8-10-15 centesimi non so se ne vale la pena. Abbinare a questo, anche la concimazione dei vigneti che da vari studi che vengono fatti anche al nord e in altre parti d’Italia, pare che dia dei risultati estremamente importanti. La mia idea è volta a questo principalmente.

AS: Mario, raccontaci più nel dettaglio questo modello di allevamento delle galline con questi pollai mobili, perché uno dei temi è anche quello di riuscire a raccogliere le uova. Se le galline sono ruspanti, sono libere di andare e di pascolare sui terreni, poi è difficile che abbiano un’abitudine a deporre l’uovo in un posto specifico. Credo che questa sia una delle difficoltà. Poi, c’è tutto il tema degli animali predatori, come possono essere le volpi che sono piuttosto ghiotte di galline. Essendo le galline al pascolo brado, ci sono una serie di temi che bisogna cercare tecnicamente di risolvere.

MN: Certo. Su questo bisogna lavorarci molto. Sappiamo che le galline sono abitudinarie, per cui, laddove loro crescono, tendono a ritornare alla sera, quando inizia l’imbrunire, per cui lasciandole libere ci sono questi carri con i pollai da trainare dietro ad un trattore, di non più di due metri di larghezza e 5-6 metri di lunghezza, dove si riescono a mettere tra le 50 e le 100 galline per farle stazionare per cinque-sei giorni, in modo che si ambientano a questo posto e dove vengono create delle ovaie, dei depositi dove possono andare a deporre le uova. Dopo 4-5 giorni che sono lì, le si tirano fuori e ci si aspetta che alla sera rientrino e che quindi prendano le loro abitudini. Mobili perché, giustamente come dici tu, ci sono vari problematiche che richiedono di proteggere le galline. Ci sono gli animali e gli uccelli predatori. Ho quattro siti dove ho le vigne, per cui non posso pensare a una recinzione totale per tenerle tutte dentro. Sono 4 siti diversi, per cui una volta che sono stazionate un mese in un posto, le devo portare in un altro posto.

AS: Con questo tuo allevamento ruspante in vigna stiamo parlando di un certo numero di galline, quindi c’è il tema delle uova deposte da queste galline. Sappiamo che se una gallina sta bene è in grado di fare un nuovo al giorno per lunghi periodi dell’anno, e quindi già se sono 50 galline sono 50 uova al giorno, per cui questo non può restare un discorso di autoconsumo, ma devi porti il problema della vendita. Lo stesso discorso vale per la carne dei polli. Ad certo punto uno può anche pensare che ci sia un ricambio generazionale tra le galline e, quindi, c’è da trovare un mercato per questa carne. Tu come ti stai organizzando su questi temi.

MN: Partiamo prima dal discorso protezione degli animali in campo. Certamente, noi come azienda vinicola siamo penalizzati dalla presenza sul territorio del cinghiale, di conseguenza abbiamo dovuto fare una recinzione. Quello che penso di fare è una doppia recinzione all’interno della recinzione per i cinghiali. Fare una seconda recinzione per le bestie selvatiche più piccole – volpi, faine, eccetera. Allevo anche dei cani e la mia idea è di inserire nel corridoio tra le due recinzioni un cane da guardia che protegga le galline.

Detto questo, per quanto riguarda la produzione dell’uovo e della carne. Per la carne sappiamo che in una gallina che ha fatto le uova per un anno, un anno e mezzo, due anni non c’è molto da mangiare, per cui si pone il problema di come utilizzarla. Su questo ancora francamente non ho fatto un’indagine su come sia possibile smaltire queste galline. Chiaramente avendo un agriturismo, qualcosa potrei consumare, come anche per le uova. Però, per le uova credo che facendo degli accordi con dei trasformatori, ristoratori, pasticceri, si possa veramente creare un indotto tracciabile proprio al millesimo. Che sia possibile sfruttare questa tipologia di catena. Non ci dimentichiamo che qualche anno fa un certo Parisi ha portato a vendere l’uovo ad un euro e qualche centesimo. Questo quando la qualità c’è, quando tutto è tracciabilissimo e quando c’è chi sposa il progetto dell’azienda agricola. Questo è quello che posso vedere, perché francamente andare a vendere l’uovo al supermercato a quei prezzi che ci sono oggi, l’investimento non vale la pena.

AS: Questo è un tema che vale sia per la carne delle galline che per l’uovo, quello della tracciabilità e del sistema di allevamento, perché qui abbiamo un uovo che è prodotto da galline che sono allevate a terra, al pascolo brado e questo oggi ha un valore. La stessa carne non è la carne dell’animale che sta in allevamenti con decine di migliaia di galline che non hanno più di pochi centimetri di spazio a testa per muoversi. Non possono sviluppare una muscolatura, oltre che ricevono un’alimentazione fatta esclusivamente di mangimi a base di mais e soia geneticamente modificati. Se sono libere di pascolare, sicuramente occorre dare loro del mangime ad integrazione, però sostanzialmente pascolano, mangiano gli insetti, mangiano delle erbe. Pertanto, è un prodotto che qualitativamente diventa diverso. Come dici tu giustamente, occorre trovare qualcuno che condivide questo progetto dell’azienda per valorizzare la qualità del proprio prodotto.

Questo è un tema che c’è per tutte le produzioni è zootecniche del Cilento, perché molti allevano animali allo stato semi brado o brado. Animali che hanno chiaramente una qualità del latte, dei formaggi e della carne superiore, però il problema è quello che in questo momento, siccome c’è il libero mercato, ci sono prodotti che vengono da Paesi come la Romania, per intenderci, che hanno dei prezzi stracciati perché i costi di produzione sono diversi, ma anche perché i metodi di allevamento sono diversi. Per cui, queste produzioni cilentane soffrono.

Bisognerebbe lavorare su questo tema e vorrei che tu dicessi qualcosa su cosa si dovrebbe fare per qualificare questi prodotti, per riuscire a comunicare ai consumatori, cominciando dai cilentani, di che cosa stiamo parlando. Costruire delle relazioni con la ristorazione, perché la ristorazione di territorio, soprattutto quella del Cilento interno – penso anche a tuo fratello Augusto che intervisterò nei prossimi giorni – che hanno una clientela cilentana che questi prodotti li riconosce, che è cresciuta con questi prodotti fin da quando era bambina e, quindi, è forse in grado di apprezzarli se vengono proposti reinterpretando anche in modi nuovi la tradizione gastronomica, forse anche più dei turisti. Poi, c’è la ristorazione della costa che molto spesso vive di rendita di posizione rispetto al fatto che ci sono milioni di persone e comunque tutte devono mangiare, non stanno per tanto tempo sul territorio e, quindi, magari si può anche non curare troppo la qualità di quello che si offre loro, ricorrendo ai prodotti della ristorazione industriale. Vorrei che tu riflettessi su queste tematiche.

MN: Poco prima del nostro collegamento ho avuto modo di leggere un articolo sul menù che fa Antonino Cannavacciuolo su a Novara, dove un antipasto lo puoi pagare 45-50 euro, una pasta non meno di 50 euro e un secondo di carne o pesce dai 60 in su. Tra i vari menù, lui propone un menù da Nord a Sud e ritroviamo dei prodotti siciliani, campani, laziali. La stessa cosa fa per l’abbinamento del vino. Io mi dico, se un personaggio del genere che è vicino al territorio, perché lui l’ha fatto perché è un uomo del sud e vuole comunque promozionare la sua terra. Se uno del genere lo ha fatto, perché tanti bravi i ristoratori nel Cilento o in provincia di Salerno non possono fare una cosa del genere e proporre un menù prettamente cilentano?

Mi ricordo che tempo fa facevo parte di un associazione di ristoratori “Piazza del buon ricordo” e loro hanno fatto un accordo con le Regioni, per cui tutti gli associati di questa associazione cucinavano per una settimana al mese dei piatti di livello con i prodotti di una regione. Mi hanno interpellato e mi hanno chiesto, visto che era già stato fatto il primo menù per il Parco Nazionale del Gennargentu, di interpellare il Parco del Cilento per vedere se era disposto a darci una mano a preparare una manifestazione del genere con 120 ristoratori in Italia e all’estero che avrebbero utilizzato per una settimana, per un week-end, per un giorno i prodotti cilentani e si sarebbe anche parlato del Parco, illustrando il territorio, il mare, la montagna, le colline e tutto il resto. Fu fatto un progetto bellissimo e mi recai a parlare con il presidente all’epoca, che non è l’attuale. Mi ha detto che era una bella idea, ma finì lì. L’anno dopo venne fuori questo progetto, però legato soltanto ai ristoranti locali. Bene abbiamo bisogno, io stesso l’ho detto prima, che i ristoratori cilentani facciano questo, però una cosa è farlo sul territorio dove comunque conosciamo cos’è il prodotto, e un’altra è farlo con 120 ristoratori in giro per l’italia e per il mondo.

Quindi, secondo me, valorizzare il tutto è la prima cosa da fare, bisogna trovare un modo. Io al Parco, alle Comunità Montane, francamente, non ci credo più, perché abbiamo visto quello che hanno fatto finora. Quindi, o noi stessi ci diamo una stretta di mano fra tutti e partiamo tutti insieme – albergatori, ristoratori, produttori, eccetera – e diciamo che creiamo questa catena di collaborazione e possiamo fare qualcosa.

A questo aggiungo e mando un messaggio e una richiesta a tutte le aziende che fossero interessate, che è stato presentato il progetto del Distretto Rurale, di cui mi pregio di esserne il presidente. Una delle cose che vorremmo fare è proprio questa: creare un’associazione di libero scambio tra il produttore e il consumatore, mettere in relazione la montagna con il mare, la collina con la bassa pianura, cercare di fare veramente del nostro territorio, dei nostri produttori, dai nostri allevatori ai nostri pescatori e ai nostri operatori turistici, una forza per realizzare un futuro, per riuscire a valorizzare quello che c’è, altrimenti chiudiamo ed è la fine.

AS: Questo mi sembra molto importante e molto interessante, anche perché andiamo, soprattutto per la zootecnia, verso una fase molto selettiva dove i contributi pubblici che venivano dati e che facevano in modo che le aziende potessero stare in piedi, sono ormai da tempo in riduzione e quindi bisogna per forza trovare delle strade diverse per fare sì che queste aziende e i loro prodotti possano viaggiare, possano essere consumati e valorizzati, in modo da avere un reddito dignitoso per i produttori. Se non si ha un reddito non si fa impresa.

MN: Questo è evidente e ti posso fare un altro esempio. Non so se conosci la Braceria Bifulco a Ottaviano. Lui tempo fa mi ha chiesto se gli potevo presentare un allevatore di mucche cilentano. Ho provato, ma non so se poi sono riusciti a mettersi d’accordo. Questo per dire che anche da parte dei nostri produttori bisognerebbe essere un po’ più sensibili a questa promozione, a questa richiesta. Lui chiedeva un certo standard dall’allevamento: le mucche devono mangiare questo cibo e io vi garantisco questo prezzo e mi prendo tutta la produzione. Purtroppo noi non riusciamo ad abituarci a questa programmazione di tutto. Bisogna andare sulla programmazione vera e propria sulla quantità, sulla qualità e soprattutto sulle tempistiche.

AS: Di questi temi ho cominciato a parlare con alcuni allevatori di eccellenza che sono anche caseificatori. C’è chi dice che si divertirebbe moltissimo a fare solo la caesificazione, però bisogna che chi mi conferisce il latte rispetti certi standard riguardo a come gli animali vengono allevati e a come viene gestito il latte perché sennò si trova con una carica batterica che non è sotto controllo. La vitamina k deve essere a certi livelli, altrimenti poi il formaggio non si riesce a fare nel rispetto della qualità che si vuole proporre.

E’ un tema molto complesso, molto difficile, però su cui bisogna assolutamente lavorare, perché torno a ripetere questa è la strada per poter stare insieme e restare sul mercato, continuare ad essere nelle aziende produttive che nel caso della zootecnia sono importanti, come anche in generale per l’agricoltura, perché garantiscono un presidio del territorio. Sappiamo che in Cilento c’è un serio problema di invecchiamento e di spopolamento. Bisogna innanzitutto che ci siano persone che stiano sul territorio e che facciano da sentinella ambientale rispetto a tutti i problemi difficili che ci sono da un punto di vista idrogeologico. Gli allevatori fanno e sono questo. Bisogna trovare i modi per cercare di garantire che ci siano, che continuino a stare sul territorio.

Detto questo, però anche loro devono fare un percorso. Ho intervistato Adolfo Valiante che è un ragazzo giovane e lui ha posto l’accento sul fatto che le persone devono studiare. Chi vuol fare l’imprenditore deve studiare, si deve documentare, deve stare al passo con i tempi. Non basta dire abbiamo sempre fatto così e continuiamo a fare così.

MN: O studi o prendi le professionalità dovute. Io non avendo grande conoscenza nel mondo dell’enologia, ho assunto un agronomo e ho preso un enologo che mi hanno guidato in questi anni, altrimenti sicuramente non avrei fatto quello che ho fatto. Quindi, è chiaro che se non lo puoi fare direttamente, ti devi affidare a dei professionisti, cosa che oggi in certe categorie in Cilento manca. Anche qui una buona programmazione non sarebbe male, però è chiaro che sono cose non semplici.

AS: Ti ringrazio. Ho cercato in questa ricerca di coinvolgere direttamente i tecnici, cioè i veterinari, gli agronomi, coloro che fanno assistenza tecnica agli agricoltori e allevatori nelle associazioni di categoria, proprio perché penso che in questo percorso devono essere coprotagonisti, devono crescere anche loro sul piano delle competenze, perché loro poi sono a contatto diretto con gli operatori e quindi svolgono comunque delle funzioni essenziali. Oltre alla categoria stessa degli allevatori, va fatto un ragionamento con queste professionalità in maniera tale da fare in modo che tutti insieme, come sistema territoriale, si faccia un passo avanti, perché sennò, come dici tu, si può andare tutti a casa, purtroppo.

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