Sciogliere i nodi che legano il settore della zootecnia in Cilento

Carmine Farnetano, coordinatore del GAL Casacastra, operatore territoriale che conosce in modo approfondito le problematiche territoriali del Cilento, ragiona a voce alta su quelli che sono i principali nodi critici che si devono affrontare per rafforzare l’imprenditoria zootecnica cilentana.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti. Siamo con Carmine Farnetano, il coordinatore del GAL Casacastra, che è l’ente che ha emesso il bando al quale poi paternariato del progetto Nobili Cilentani ha risposto, vincendolo. Ricordo che il progetto ha come capofila la Comunità Montana Lambro, Mingardo, Bussento, mentre sono partner il Dipartimento di Medicina Veterinaria e il Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Napoli, il Dipartimento di Farmacia dell’Università di Salerno e nove aziende del territorio. Noi stiamo facendo la ricerca sul campo con gli allevatori che è una parte delle attività del progetto.

Ho chiesto a te, Carmine, di intervistarti perché vorrei ragionare su uno spettro più ampio, di scenario, per cercare di capire che cosa vogliamo fare di questo allevamento, di questo settore della zootecnia, considerando che stiamo andando verso una fase molto più selettiva rispetto al recente passato – almeno questo ci dicono le persone che abbiamo intervistato finora -, con la riduzione dei contributi pubblici per i singoli animali. Quindi, il tema diventa quello che chi è dentro questo settore deve essere in grado di produrre reddito indipendentemente o comunque contando sempre meno sulla parte dei contributi. Deve essere incrementata la parte della produzione del latte, del formaggio, della carne.

Ecco, c’è un tema di fare in modo che tutto il sistema territoriale, dalle istituzioni agli allevatori e ai soggetti della filiera facciano un salto di qualità. La parte pubblica, ad esempio, si dovrebbe porre il problema di accompagnare questa trasformazione degli allevatori da famiglie che allevano a famiglie che hanno un azienda zootenica. Un percorso che probabilmente richiede una serie di interventi. Si tratta di capire se lo si vuole fare ed eventualmente come lo si vuole fare. Una delle cose che sta emergendo da questa prima fase della ricerca è la necessità di mettere in campo anche dei servizi alle imprese, di riconoscere questi soggetti allevatori come degli imprenditori che producono cibo, che fanno presidio del territorio, che fanno anche economia. Forse sarebbe il caso che oltre alla gestione della fida pascolo, si pensasse a dei servizi, ossa a delle attività che normalmente le amministrazioni pubbliche, insieme alle associazioni di categoria e alla Camera di Commercio, mettono al servizio delle imprese quando ci sono delle imprese sul loro territorio. Le aziende da sole possono fare tutto. Possono farsi, ad esempio, il caseificio aziendale o il micro macello aziendale, ma poi ci sono tante altre cose che sono necessarie per essere delle imprese che funzionano e che hanno a che fare con un contesto socio-territoriale che sia di supporto. Questo è il primo tema su cui vorrei ragionare con con te, Carmine.

Carmine Farnetano (CF): Non è proprio un primo tema che è solo un tema. Hai posto questioni che stanno su diversi livelli, perché naturalmente incrociano molti piani di discussione, dal piano economico a quello ambientale, a quello della struttura sociale del nostro territorio che rimane, nel suo complesso, per quello che riguarda gli aspetti specifici delle materie che richiamavi, a modelli tradizionali, ripeto come assetto sociale. Credo che una premessa sia opportuna anche da parte mia, perché sostanzialmente questa misura, la misura 16.1 per l’innovazione e la ricerca, è stata realizzata nel piano di sviluppo del GAL Casacastra perché si è ritenuto essenziale, a seguito del periodo di concertazione che c’è stato prima di presentare il progetto. Come sai, per candidare un progetto in ambito Leader è necessario fare tutto un periodo di animazione e di raccolta di manifestazioni interesse o quantomeno di pareri, di ascoltare gli attori locali, per capire come strutturare la proposta.

In quella fase è emerso con grande chiarezza che quella che abbiamo sempre chiamato biodiversità, e che nel nostro bando è diventata la risorsa genetica, sia il nostro giacimento vero. E’ questa una nostra reale ricchezza. Il problema è che questa ricchezza però è legata a una gestione tradizionale anche degli assetti sociali ed economici, per cui fa tanto il paio con quella storia che aveva raccontato tanti anni fa a Napoli dei boscimani che quando trovavano i diamanti ci giocavano e poi sono arrivati i DeBeers e li hanno fottuti alla grande.

Noi abbiamo questo tema che è la biodiversità, che è un patrimonio enorme, siamo stati riconosciuti dall’Unesco, abbiamo non so quante denominazioni per il Parco – il geoparco e la dieta mediterranea -, e tutte cose che sappiamo, ma queste cose non producono reddito, non sono realmente produttive. O meglio, non è che non producono reddito, non generano valore aggiunto, perché un minimo di reddito esiste, c’è.

Manca, però, quello scarto in più per fare in modo che queste produzioni, che sono di elevatissimo pregio ambientale, prima di tutto, e poi di grandi contenuti socio-culturali e della tradizione, non rimangano in un fascia di livello economico sostanzialmente bassa, che non consente il rilancio della gestione delle famiglie che, come ricordavi, sono quelle che gestiscono materialmente poi il settore della zootecnia, famiglie di allevatori.

Allora, mi viene in mente questa recente iniziativa che è stata fatta in Trentino di riconoscere il titolo di studio per i pastori. Ecco, quello è un modo per dire che quello non è più un mestiere della tradizione, ma è una professione evoluta, avanzata che richiede competenze e conoscenze. Che richiede strumenti anche molto più sofisticati che vanno rivisti e ridefiniti nei loro contenuti. Noi rimaniamo per qualche verso legati al modello di cui parlavi tu rispetto ai premi per la zootecnia e quindi risentiamo di qualche ritardo in questo senso, ma nel frattempo mi chiedo , posta l’esigenza di carattere ambientale che abbiamo di fronte, prima di tutto i vincoli giusti, giustissimi del Parco, poi tutto quello che verrà in termini di adattamento ai cambiamenti climatici e che ci spingerà sempre di più in direzione di un rigoroso rispetto dell’ambiente, delle risorse naturalistiche, della tutela delle risorse ambientali, se a questo punto non dobbiamo rivedere anche questo nostro modo di considerare il premio. Se non è il caso di immaginare che sia – lo dico così con una provocazione – una sorta di reddito di cittadinanza? Questo me lo chiedo.

Naturalmente, il nostro progetto è teso ad altro. Non il progetto Nobili Cilentani, ma il progetto PSR del GAL Casacastra nel suo complesso.Continuiamo a coltivare questa nostra pulsione a fare in modo che il territorio possa essere ancora abitato e vissuto dignitosamente e decorosamente, anche dal punto di vista delle attività economiche. Però, tutte le politiche che ci stanno proponendo dal punto di vista centrale vanno in altre direzioni, purtroppo.

AS: Tu hai citato la scuola dei pastori nella provincia di Trento e un po’ di quelli che ho cominciato a intervistare mettono in chiaro, soprattutto se sono giovani, che sì la tradizione è importante, che la famiglia ha insegnato tanto, però se uno vuol fare le cose seriamente deve studiare, si deve impegnare, cioè non è una passeggiata della salute, non viene e non è naturale. Quindi, c’è questa nuova generazione, che adesso andremo ad incontrare in maggiore dettaglio, che ho la sensazione che questo passaggio culturale lo abbia fatto o lo stia facendo, ossia che comunque c’è da lavorare, c’è da studiare, perché per esempio se tu vuoi fare il formaggio come si deve, devi curare l’alimentazione degli animali, devi sistemare tutta una serie di tematiche a monte e poi a valle devi sapere tante cose rispetto cos’è il latte, per esempio, quali sono i suoi componenti, quali sono le sue caratteristiche. Questo c’è e credo che sia un segnale importante.

Vorrei chiederti un’altra cosa che riguarda il tema dell’aggregazione, perché una delle questioni che vengono fuori è che, oltre alla necessità che le amministrazioni si mettano in un rapporto di interlocuzione, di attenzione, di ascolto rispetto ai bisogni di questi allevatori, c’è soprattutto il tema che da soli sarà molto difficile farcela, se non in alcuni casi particolari, dove ci sono già delle eccellenze o delle situazioni già consolidate. Che sarà molto difficile riuscire a stare sul mercato. Ecco, quindi, che il tema dell’aggregazione diventa un tema importante. Però, questo è un tema che sappiamo essere storicamente una della difficoltà del territorio. Molti hanno detto ci sono state una serie di esperienze in passato, dalle cooperative dalla Cassa per il Mezzogiorno a scendere, che sono tutte finite molto male, molto spesso anche perché o sono state politicizzate oppure non ci sono state le competenze per gestirle.

Il tema dell’associazionismo e della cooperazione tra gli operatori è un tema fondamentale per il futuro, perché nessuno ha delle quantità tali che da solo può andare oltre il mercato comunale, tolti alcuni casi che poi magari non c’entrano neanche col Metodo Nobile, perché sono quei pochi casi degli allevamenti intensivi che ci sono e hanno almeno 500 animali con il caseificio e magari hanno pure l’impianto di biogas. Loro sono delle repubbliche autonome rispetto al territorio.

Come si fa a trovare delle formule moderne, diciamo amichevoli, di cooperazione che mettano insieme un po di allevatori, anche rispetto a quelle cose che dicevi tu, cioè al fatto di essere in un’area Parco nazionale, nella patria della dieta mediterranea, eccetera, tutte cose che potrebbero e dovrebbero essere valorizzate in termini di marchio, di comunicazione ai consumatori. Trasformarle in qualche cosa che sia un elemento di forza e che mette insieme un gruppo con delle regole, ossia con dei disciplinari, delle forme che vanno effettivamente rispettate, altrimenti è il far west e questo non funziona. Ma, non funziona soprattutto nella logica della cooperazione, perché poi basta che uno faccia le cose male, il danno è per tutti. Che mi dici a questo proposito?

CF: Sono almeno quattro questioni, di cui due sono collegate fra loro, credo, e sono la costruzione dell’aggregazione e il sistema di competenza. Questi sono due elementi che vanno a braccetto nella logica di un territorio che deve svilupparsi in quanto territorio della biodiversità, quindi non di attività intensive, ma di piccole attività che devono, dal punto di vista della qualità, consolidarsi e raggiungere un livello complessivo più alto, più elevato, per raccogliere il valore aggiunto.

E’ tutto un sistema che va ridisegnato e questo comprende anche il sistema di accoglienza. Produrre latte piuttosto che carne, e quindi siamo nella linea specifica del capretto e di altri animali, ai prezzi attuali non è più ipotizzabile. Tutto il valore che c’è nei nostri prodotti, il valore ambientale, deve essere riconosciuto, e qua sì, sostituire la logica del premio.

Sempre provocatoriamente voglio ricordare che un effetto grandioso, ma inaspettato il Parco lo ha generato ed è l’ibridizzazione del Cilento che è arrivata fino a Battipaglia. Tutto quello che c’è da Battipaglia a scendere, oggi è Cilento. Tu ricordavi le dimensioni degli allevamenti, tutto quello che c’è in quella regione, nella parte mediana della Valle del Sele, in termini di allevamenti bufalini, ormai è considerato Cilento. C’è qualcuno che è stato addirittura insignito di titoli importanti della Repubblica, ma non si è collegato con nessuno, che era quello che dicevi tu. Abbiamo delle dimensioni in una certa parte del territorio di un certo tipo, che fanno certe attività, fanno ricerca, sono ottime aziende. Stiamo parlando di qualità elevatissima in tutti i sensi, quindi non c’è nessun accenno critico, però hanno quel tipo di approccio.

Da noi quel tipo di approccio non è manco ipotizzabile sia per la questione dimensionare delle aziende sia per le capacità economiche e finanziarie sia per un vicolo territoriale, che non è quello ambientale del Parco, è un vincolo territoriale. Sono le nostre caratteristiche territoriali che ci portano in una certa direzione. Non è ipotizzabile qua la grande struttura di allevamento, anche perché poi bisogna fare tutti i calcoli del carico bovino, piuttosto che altre cose che hanno a che fare con aspetti molto tecnici e che so che sono stati già trattati e quindi tralascio. Sono tutti effetti fondamentali, ma noi come possiamo fare in modo che rispetto al tema del valore aggiunto delle attività – che poi si tratta di questo alla fine e solo di questo -, per cui noi dovremmo arrivare, per assurdo, alla possibilità di produrre una sola pezza di formaggio dal valore elevatissimo.

AS: Sì, d’accordo, però bisognerebbe che i soggetti pubblici, dal Parco a scendere, giocassero un ruolo, perché è impensabile che il Parco non…

CF: Scusa, ma gli enti pubblici noi li mettiamo tutti sotto lo stesso ombrello. Non è così nel nostro caso. Nel caso specifico abbiamo avuto un ente che è una Comunità Montana che ha risposto positivamente ad un bando del GAL e che, quindi, si sta attrezzando per dare risposte. Dopo di che qua c’è un altro ragionamento, ma di questo non voglio dire perché non è di mia competenza. Noi lavoriamo su un territorio di 24 comuni a fronte di quasi 90 del Parco e che dal punto di vista delle connotazioni ne ha anche di altro tipo sia per la parte che degrada verso nord sia per il versante che va verso il Vallo di Diano. Noi ragioniamo sul nostro e quello che posso dire è che rispetto al comportamento degli enti pubblici, tutto sommato non ci possiamo lamentare. Frequento da più di vent’anni ormai le amministrazioni del territorio e quello che c’è non è disprezzabile. Gli impegni ci sono, poi ovviamente trasferire tutto quello che c’è a frutto è un ragionamento più lungo, ma che viene affidato anche ai parteneriati specifici dei progetti.

AS: Vorrei ragionare con te del ruolo dei tecnici, perché in questa fase della ricerca ho fatto un po’ di interviste con veterinari, agronomi, consulenti delle imprese e altre persone che forniscono servizi. Ho incontrato delle persone e dei professionisti eccellenti. Però, credo che ci sia da fare un ragionamento rispetto al fatto che deve essere tutto il sistema, non solo gli allevatori, che deve fare un salto. Bisognerebbe trovare un modo per coinvolgere in maniera più sistematica i tecnici rispetto a progettualità, obiettivi, strategie, anche in una logica di arrivare a coprogettare le politiche territoriali. Ad esempio, l’obiettivo di questa ricerca è quello di fornire una piattaforma programmatica per la Consulta degli allevatori che la Comunità Montana, nella persona del suo presidente, vuole accompagnare. Costruire un ambito, un’arena dove l’istituzione pubblica si confronta con i bisogni degli allevatori. Credo che in questo discorso vadano coinvolti anche i tecnici, perché sono quelli che possono aiutare dal punto di vista della progettualità.

CF: Sono d’accordissimo con te e voglio dire che rispetto al tema specifico, questo progetto così come è stato impostato, secondo le indicazioni dell’amministrazione, risponde precisamente a questa esigenza che si fa carico, in qualche maniera, di surrogare ad alcune delle misure del PSR che dovevano rispondere ai temi che stai sollevando, ovvero l’assistenza tecnica e la formazione, la consulenza, misure che so che hanno avuto una scarsissima attuazione nel nostro territorio. Erano quelle che avrebbero potuto attivare l’energia dei tecnici, cioè l’agronomo che segue l’attuazione della misura 411, piuttosto che un pacchetto giovane, quindi i progetti integrati o gli agriturismi, oltre ad essere il tecnico di fiducia dell’azienda, deve essere il tecnico generale che viene però riconosciuto in un ambito più ampio, che è quello delle misure di assistenza tecnica. Tutte queste misure che sono quelle della consulenza nel nostro territorio non sono state attuate. Sfido chiunque a trovare sul nostro territorio una misura 1 o 2 aperta. Sono tutte cose che non ci sono state e che purtroppo per noi sono state discriminanti da questo punto di vista. Qesto per quanto riguarda l’istanza, come si dice nel linguaggio, top-down.

Per quello che invece riguarda l’approccio bottom-up, i nostri tecnici dal canto loro hanno bisogno, hanno necessità, e quindi devono anche accettare il rischio che comporta questo nuovo assetto da assumere, questo nuovo modello, per cui non è che l’agronomo o l’ingegnere interviene solo all’atto della presentazione della domanda di sostegno. Deve essere il professionista che segue l’azienda quotidianamente e questo possiamo farlo solo attivando le misure di cui parlavo prima, perché non possiamo fare carico alle nostre imprese che sono sottodimensionate dal punto di vista economico, di pagare anche i tecnici. Non ce la faranno mai. Per loro devono essere attivate quelle misure che esistono proprio per questo motivo. L’Unione Europea questi temi li conosce benissimo, non ci dobbiamo inventare niente.

AS: Sono d’accordo con te, anche perché forse l’esigenza dei servizi alla fine può essere risolta, oltre che con l’accompagnamento delle amministrazioni pubbliche, proprio attraverso un’assistenza tecnica più puntuale ed efficace.

CF: Scusa, tu hai intervistato Giovanni Ruggiero che è una risorsa preziosa per il nostro territorio. Ma, perché non lo attiviamo? Questa è la cosa che fa male allo stomaco e al fegato. Ci sono le professionalità, non è che possiamo sempre lamentarci. Esistono e vanno responsabilizzate positivamente. Devono decidere loro.

AS: Per chiudere, c’è questo tema ambientale legato al fatto che il clima sta cambiando e l’estate è sempre più calda – siamo arrivati a 45 gradi – e quindi anche questo modello della transumanza ha i suoi elementi di criticità, perché già a fine maggio e ai primi giugno nei pascoli di montagna c’è poca acqua oppure non ce ne è proprio. Sono diventati siccitosi e quindi alla fine c’è poco da mangiare per questi animali. Credo che anche su questo dobbiamo fare una riflessione, perché solo nella piana dell’Alento c’è una pianura con l’acqua, dove si possono fare i foraggi. Chi sta lì è avvantaggiato, ma in tutto il resto del territorio l’acqua non c’è o comunque se c’è poi nella zona del calcare l’acqua scompare sotto terra. Insomma, bisogna fare un ragionamento sulla risorsa acqua in funzione di una sua utilizzazione che risponda alle varie esigenze. Anche qui torna il discorso del Parco se vogliamo…

CF: La questione non è tanto il Parco, quanto il fatto che l’estensione delle competenze nel Consorzio di Bonifica della Valle dell’Alento non sono mai state un fatto reale. Sono state estensioni soltanto cartacee e le competenze reali non sono mai state veramente trasferite su questa porzione di territorio. Non so se è un bene o un male, ma è così. Quello che è certo è che dal ragionamento che stai facendo esce un problema che è forte, che è quello di fare in modo che tutte queste attività diffuse sul territorio abbiano una loro adeguatezza in linea con la lotta climatica. L’acqua è una risorsa di cui abbiamo bisogno. D’altra parte abbiamo bisogno di regimentare tutti i corsi d’acqua di montagna, specie quelli a carattere torrenziale che generano solo danni e dissesto idrogeologico. Abbiamo un’opportunità, che in questo momento è una minaccia, del dissesto. Abbiamo l’acqua da andare a prendere per realizzare dei piccoli invasi al servizio degli allevamenti di montagna e anche della transumanza. Qui, per la verità, dobbiamo dire anche un’altra cosa, che la nostra transumanza è breve e per fortuna soprattutto i bovini si sono attrezzati a rispondere a questa loro esigenze in maniera quasi spontanea e automatica, per cui quando è il momento che non c’è più erba si trasferiscono da soli. Quello che però rimane è un potenziale conflitto sociale che viene riproposto ogni anno.

CF: Poi, c’è da dire che andrebbero valorizzati maggiormente gli ovini e i caprini per riprendere tutta quella parte importantissima del territorio dei terrazzamenti a uliveto che al momento molti proprietari hanno deciso di abbandonare completamente e che invece bisognerebbe, almeno dal punto di vista della manutenzione, riprendere, fare la concimazione con gli ovini e i caprini. Questo sarebbe un elemento importante proprio di presidio del territorio.

CF: Altroché, c’è tutto il tema della consociazione animale e vegetale, sempre importantissimo per questa zona. Ma, sono tutte cose che stanno nella nostra tradizione più ancestrale. Nella nostra memoria queste attività ci sono. Il problema è non hanno mai prodotto valore aggiunto. L’inchiesta Jacini del 1870, io che sono di Licusati, l’ho guardata bene, metà della popolazione di Licusati viveva sul monte Bulgheria e sulle montagne circostanti, normalmente. C’erano gli insediamenti. Sono 150 anni fa, non 1.700 anni. Ricordo che quando abitavo a Licusati da bambino ancora c’erano i pastori che stavano in montagna e tornavano una volta ogni due mesi. Ma, questo richiede un utilizzo del territorio diverso. Oggi, stiamo sognando, per rimanere sul Bulgheria, il recupero degli stazzi per farne attività culturale, laddove potrebbe essere opportuno recuperarli e renderli fruibili, e qua una proposta, proprio a beneficio degli allevatori di ovini di Licusati per essere loro il vero presidio del territorio, e non trasferirli ad una logica da discoteca, tanto per intenderci.

AS: Grazie. Più avanti torneremo a fare il punto. Ci terrei che ci sia un coinvolgimento da pensiero collettivo, perché non è un problema solo degli allevatori, è un problema del territorio. Tutti devono misurarsi e decidere quale deve essere il futuro di questo territorio. La zootecnia ha avuto un ruolo importante storicamente nel plasmare il paesaggio e può continuare a svolgere un ruolo, però bisogna capire anche come può continuare ad essere una forza che è in grado di attirare le giovani generazioni. Un po’ di giovani ci sono e questo è confortante, però bisogna effettivamente che ci sia uno sforzo collettivo, non si può delegare solo agli allevatori la risoluzione del problema, perché ci sono tanti elementi che interagiscono tra loro, c’è una complessità.

CF: La funzione produttiva è affidata a professionisti che devono essere capaci, attivando tutto un sistema di competenze, per cui sanno che cos’è il latte, sanno che cos’è la carne, sanno gestire un’azienda, e questo è un livello che deve essere accettato e sostenuto. Poi, c’è il livello ambientale e naturale che vale il 50% di questo discorso. 50% sono competenze e 50% è ambiente. E’ la stessa caratteristica del mondo dei pescatori. Noi abbiamo due settori fondamentali della nostra economia, zootecnia e pesca, che condividono la metà della problematica e bisogna affrontarla in maniera unita.

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