I segnali deboli di innovazione del settore zootecnico in Cilento: giovani, reti di impresa e qualità

Salvatore De Paola, commercialista di Teggiano e consulente di aziende agricole e zootecniche del Cilento e del Vallo di Diano riflette sui segnali deboli di innovazione che stanno emergendo: una nuova generazione di giovani, una rete di impresa e un interesse per la qualità delle produzioni.

Alessandro Scasellati: Salve a tutti. Siamo con Salvatore De Paola, un commercialista titolare di uno studio di consulenza alle aziende che al suo interno dei tecnici agronomi che fanno assistenza tecnica alle aziende agricole e, quindi, anche le aziende che hanno degli allevamenti. E’ localizzato a Teggiano, uno dei primi comuni del Vallo di Diano venendo dal Cilento, in particolare dal Bussento. Con Salvatore vogliamo ragionare sul settore della zootecnia e, in particolare, sul passaggio da essere allevatori con una famiglia ad aziende zootecniche. Ti volevo chiedere per cominciare, tu che molti li conosci perché sono tuoi clienti, che tipo di cultura termini di gestione aziendale troviamo tra questi allevatori? Ce n’è qualcuno che effettivamente il salto verso la dimensione imprenditoriale/aziendale l’ha fatto o lo sta facendo?

Salvatore De Paola: Io sono un commercialista e mi occupo di finanza agevolata a valere sui fonti sia europei sia regionali, nonché locali. Più delle volte mi sono trovato a dover implementare progetti di finanziamento che sono sono dedicati al settore primario dell’agricoltura, soprattutto per quanto riguarda la mia azione nel Vallo di Diano dove sono residente. C’è da dire che tecnicamente in passato sia per quanto riguarda questo territorio del Vallo di Diano sia dell’alto Cilento, entrambi continuano ad avere un antica vocazione agricola. Negli anni più recenti peraltro, a fronte proprio di una contrazione da parte delle attività commerciali, per effetto della crisi economica, che cosa è successo in questo territorio? Che cosa ho riscontrato in prima persona? Negli ultimi anni ho visto arrivare al mio ufficio tantissimi giovani che vogliono per la prima volta fare un insediamento nell’ambito del’agricoltura. Una cosa che cinque anni fa era del tutto impensabile. Quindi, si è cominciato ad assistere ad un lento ritorno da parte dei giovani al mondo dell’agricoltura.

Importante al mio avviso è che i giovani capiscano che in questi territori c’è lo spazio per fare impresa, per fare impresa giovane anche nel settore dell’agricoltura. Si rileva che per tanti giovani che sono andati via questa è un occasione giusta per rientrare con le esperienze che hanno maturato fuori e rilanciare l’economia locale.

Nell’ambito del Vallo di Diano, rispetto a alla zona dell’alto Cilento con cui siamo confinanti, c’è una cultura molto più dinamica rispetto a quella montana. Negli ultimi tempi si inizia a vedere qualche azienda fatta soprattutto giovani. Con i giovani intendo persone con un’età media intorno ai 45 anni. Molti sono partiti da dell’attività agricole presenti nel territorio, ma hanno fatto il salto di qualità, ossia hanno abbandonato la vecchia idea che l’azienda agricola andava fatta sotto forma di hobby oppure sotto forma di una agricola a livello familiare che contabilmente veniva gestita in modo del tutto forfettaria, ossia in poche parole erano degli agricoltori che a fine anno producevano un reddito proprio delle aree svantaggiate, ossia producevano debiti, da 2.500 euro a non più di 7.000. Un reddito che non gli permetteva di vivere bene sia per sé e per quanto riguarda la propria famiglia.

C’è da dire pure che gli agricoltori hanno paura di fare questo salto di qualità, passare da un’azienda a carattere prettamente familiare ad un azienda dove realmente possono diventare degli imprenditori agricoli veri che possono avere delle persone che lavorano per loro e raggiungere mercati importanti. Ciò che li spaventa è soprattutto la burocrazia, cioè in questo salto di qualità dalla piccola alla media azienda bisognerebbe a livello nazionale a regionale che si cercassero di sburocratizzare tutti gli adempimenti a cui queste piccole e medie aziende sono sottoposte quotidianamente. Il più delle volte che cosa capita? Hanno a che fare con degli adempimenti della ASL che gli impediscono magari di fare un piccolo laboratorio trasformazione dei propri prodotti artigianali che sono eccellenti. A quel punto l’azienda è costretta a cedere al grossista il proprio prodotto ad un prezzo stracciato proprio perché ha paura di immettersi in questo sistema, dove a catena ci sono degli adempimenti che il più delle volte, se affrontati da soli, per queste aziende è economicamente svantaggioso. E’ questo che realmente frena tantissimo la nascita e la crescita di queste aziende.

Però, c’è da dire che, almeno nel Vallo di Diano, ci sono delle realtà sono partite qualche anno fa grazie anche agli incentivi del PSR con il primo insediamento e che oggi riescono ad avere delle bellissime soddisfazioni e hanno anche intorno ai 10-15 dipendenti che lavorano in modo stagionale. Quindi, già una bella soddisfazione sia per noi tecnici che abbiamo implementato e portato avanti questi progetti, e sia anche per loro. E non solo. Sono un volano di crescita e di rappresentazione anche per gli altri ragazzi che vedendo questi loro coetanei che sono riusciti a sfondare nel mondo dell’agricoltura si stanno cercando di avvicinare sempre di più al mondo dell’agricoltura.

AS: Un’osservazione. Quella della sburocratizzazione è un’ottima idea, però allo stesso tempo bisogna trovare il giusto equilibrio perché tu citavi la questione del laboratorio. Ci dicono che adesso c’è un’interpretazione un po’ più flessibile da parte delle ASL sul tema dell’Hccp e dell’autocontrollo, ma le regole vanno comunque rispettate. Si produce cibo e ci sono problemi igienico-sanitari. Voglio dire che bisogna comunque rispettare delle regole perché altrimenti torniamo ad avere dei problemi per salute dei consumatori. E’ chiaro che se si chiede ad un piccolo caseificio aziendale di rispettare le stesse regole che deve rispettare la Danone o la Nestè, questo è un po paradossale perché quella è un’attività artigianale, mentre l’altra è un’attività mega industriale.

Tu parlavi di questo ruolo importante dei tecnici e io ti chiedo di ragionare sul ruolo delle pubbliche amministrazioni rispetto alla fornitura di servizi. Ovviamente, non di servizi legati al alla tua professione di commercialista. Parlo di servizi alle imprese, come avviene nel resto d’Italia quando ci sono le imprese. Le amministrazioni locali e le camere di commercio spesso si sono occupate e hanno cercato di gestire problemi legati alla logistica, alla viabilità legati, alla connessione internet, di costruire un ambiente che supporti le imprese. Sugli allevamenti si può ragionare sull’acqua, sulla gestione delle terre demaniali, su piccoli caseifici zonali dove magari più allevatori possono conferire o anche dei micro macelli, sullo smaltimento dei rifiuti speciali in agricoltura. Tu che idea ti sei fatto su questi temi?

SDP: Quando parlavo di sburocratizzazione non intendevo realmente di fare un prodotto che non sia a norma, ma aiutare soprattutto dal lato formalistico quelle piccole realtà  come da noi dell’area Parco che delle volte non riescono ad avere delle autorizzazioni tali da potersi mettere a norma.

Per quanto riguarda tutti questi servizi che potrebbe dare le pubbliche amministrazione per aiutare questi agricoltori sono d’accordo, però non dovrebbero essere pensati tanto per aiutare il singolo agricoltore. Dovrebbero essere sviluppate delle forme adeguate di organizzazione a supporto dell’attività aziendale come possono essere delle associazioni degli agricoltori, delle reti di imprese. Bisognerebbe creare dei centri di acquisto oppure delle cooperative di produttori in modo tale che il soggetto pubblico può intervenire, magari realizzando un macello aziendale per un’associazione di allevatori, in modo tale che tutti quanti possano usufruire di questi servizi che vengono resi dalla parte pubblica. Fare queste cose singolarmente, per ogni singola azienda diventerebbe difficile.

AS: Non pensavo affatto di dare un aiuto alla singola azienda. Anzi, siccome stiamo parlando di piccole e piccolissime aziende, anche soltanto ragionare sul tema del mercato, credo che abbia senso che si mettano insieme e che facciano massa critica, perché sennò possono vendere solo all’interno del proprio comune e poco altro. Se si mettessero insieme più allevatori si potrebbe pensare di trattare con gli operatori della ristorazione locale e anche con la ristorazione di altri comuni o anche della costa, dove d’estate ci sono milioni di persone che arrivano. Per cui, sono d’accordo con te che appunto il tema è quello dell’aggregazione. Però, tu sai che il tema di aggregare con forme cooperative, consortili o anche con le reti d’impresa, che sono già più una forma più agile, è comunque difficile. E’ un tema culturalmente difficile. Ti domando se questi giovani che incontri sono un po’ diversi dai loro padri e quindi sono anche più disponibili a ragionare su progetti che si possono fare insieme?

SDP: Noi abbiamo suddiviso la tipologia della nostra clientela e abbiano fatto tra tutti quanti i nostri giovani una rete d’impresa. Li stiamo già indirizzandolo verso questa direzione, di cercare di metterli insieme e di farli ragionare più o meno tutti allo stesso modo, in modo tale che possano avere delle idee comuni da condividere.

AS: Quindi, Salvatore tu non sei un commercialista, sei un operatore culturale!

SDP: Sono un commercialista atipico. Mi piace il settore, per cui ho cercato da 3-4 anni, insieme a dei bravissimi agronomi del posto, di lavorare in questo modo e non a caso abbiamo realizzato questa rete con cui stiamo realizzando anche dei prodotti a marchio rete. Abbiamo messo su un piccolo sito internet per un ecommerce, in modo tale da cercare di dare una mano a questi ragazzi nel vendere i loro prodotti. Ci siamo resi conto che stanno diventando bravini nella produzione, però se si dedicano la produzione non hanno il tempo per dedicarsi alla commercializzazione, per cui li dobbiamo aiutare e cercare di lavorare con loro.

AS: Come si chiama questa rete impresa?

SDP: Si chiama Qui Rete Terranostra con sede ad Atena Lucana. C’è un bel gruppo di persone, circa 70 giovani che realmente si sono messi in gioco, però la maggior parte sono del Vallo di Diano

AS: 70! Una cosa incredibile, eccezionale, bravo!

SDP: Abbiamo cercato di dargli una mano questi ragazzi cercando di di farcela perché sarà un bel risultato anche per noi se riusciamo a farli ragionare, mettendoli insieme. Noi abbiamo studiato anche la centrale di acquisti in modo tale che la rete dovrebbe acquistare materie prime più che altro per tutti i nostri retisti, in modo che avranno delle economie di scala sugli acquisti delle materie prime. Abbiamo visto che molti di loro avevano problemi a trovare le piantine e le semi biologiche, perché ancora non è che tutti i rivenditori hanno queste materie prime certificate che vanno bene per l’ente quando viene a fare il controllo. Quindi, abbiamo dato una mano per trovare nuovi questi rivenditori che avevano questi prodotti. Abbiamo fatto un contratto con la rete e ognuno di loro ci ha dato l’input di quante piantine aveva bisogno e abbiamo fatto un’acquisto cumulativo.

Loro sono tutti in fase di certificazione, perché abbiamo preferito far chiudere le aziende agricole gestite dai loro genitori, che spesso erano persone in pensione, e far aprire una nuova azienda al giovane, al figlio che voleva fare un azienda con idee nuove e magari in alcuni casi anche con prodotti nuovi.

AS: Parlando con con Angelo Forastiero, lui segnalava che ci sono state so 1700-1800 domande per il primo insediamento, però solo per 600-700 dopo c’è stata una risposta dopo 3 anni. Con questi tempi, molti si scoraggiano e lasciano stare rinunciano.

SDP: Alcuni hanno rinunciato, però vedo che le persone che veramente avevano voglia di andare avanti hanno iniziato l’attività a prescindere dai fondi del finanziamento. Poi, siamo stati bravi noi a dirottarli anche su altre fonti di finanziamento. Hanno la necessità di essere seguiti e consigliati in alcuni passaggi amministrativi,

AS: Per concludere ti volevo chiedere se pensi che si vada verso una fase molto selettiva soprattutto nel settore zootecnico, perché stanno diminuendo e sono già diminuiti e forse addirittura si ridurranno a poco, i contributi. C’erano queste situazioni anche un po’ paradossali dove c’era chi prendeva 40 mila euro all’anno per 30 vacche. C’è stato chi questi soldi li ha spesi per comprarsi una bella auto, ma c’è stato anche chi li ha investiti nell’azienda magari comprando nuove terreni o facendo il caseificio aziendale. Adesso comincia una fase selettiva, perché adesso se devi comprare il fieno e i mangimi e non hai più i soldi che arrivano dall’elicottero, o diventi un’azienda oppure chiudi. I margini su alcune attività come la vendita dei manzi piuttosto che del latte o dei capretti sono molto bassi e se non si è ben organizzati non risolvono il problema del reddito. Ha poche migliaia di entrate e tante uscite, i costi che stanno aumentando. Come vedi questa questa evoluzione futura del settore?

SDP: Questa evoluzione futura la vedo in modo tale che le aziende devono essere capaci di camminare da sole. Io lo dico sempre, i contributi, le indennità compensative che si danno sugli animali, ben vengano che ci stanno, però devono imparare a camminare da soli, ad essere autonomi. perché solo così realmente si vede se l’azienda è gestita bene e se l’imprenditore è capace di produrre reddito realmente. Sono convinto che i prodotti che vengono realizzati in questo territorio devono essere consumati in ambito regionale. Cioè, dobbiamo essere bravi. L’agnello e il carretto che so benissimo che viene pagato pochissimo agli allevatori non deve essere venduto al macellaio che poi lo porta a Napoli, in Puglia o in Basilicata, ma deve essere venduto alle strutture come i ristoranti che stanno più sul posto. Devono essere consumati i prodotti di qualità ci sono sul nostro territorio.

AS: Anche perché questo poi innesca quel meccanismo per cui le persone devono venire sul posto a consumare i prodotti con tutta la ricaduta turistica…

SDP: E’ una filiera che si porta dietro tutto. Chi vuole mangiare il caciocavallo podolico fatto con il latte nobile dovrebbe venire a mangiarlo qui, in modo tale che porta ricchezza sul territorio. Lavora l’agriturismo, lavora l’affittacamere, lavorano tutti. Dovremo essere bravi e fare in modo che chi vuole mangiare i nostri prodotti debba venire qui.

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