L’importanza della zootecnia per il presidio del territorio rurale in Cilento

Pasquale Alario, agronomo e consulente dell’Associazione Italiana Coltivatori di Vallo della Lucania, ragiona sull’importanza che riveste la zootecnia per garantire il presidio del territorio nelle aree rurali di alta collina e montagna del Cilento. La zootecnia ‘e un settore in evoluzione e questa evoluzione dovrebbe essere accompagnata dalle istituzioni del territorio.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti siamo con Pasquale Alario, un agronomo e un consulente dell’Associazione Italiana Coltivatori di Vallo della Lucania. Pasquale tu sai che il progetto Nobili Cilentani è legato al territorio del GAL Casacastra e al tema della zootecnia. Vogliamo ragionare su una zootecnia sostenibile legata al territorio, alle vocazioni del territorio, anche in termini di valorizzazione di razze autoctone o comunque di popolazioni bovine, ovine caprine e suine che ormai si possono considerare autoctone per il fatto che sono sul territorio da decenni o addirittura da secoli. Per cominciare il nostro ragionamento ti chiedo di dare un tuo punto di vista sull’importanza che ha per il territorio cilentano in generale e in particolare per il territorio del GAL, anche in relazione al tema del presidio del territorio. Sappiamo che soprattutto nelle zone di alta collina e di montagna, l’abbandono dei terreni da una parte e lo spopolamento e l’invecchiamento dall’altra, fanno sì che il Cilento ed in particolare il territorio del GAL siano attraversati da fenomeni di abbandono del territorio. Quindi, avere qualcuno che fa presidio credo che sia importante e gli allevatori sicuramente fanno presidio con le transumanze e la presenza nei pascoli.

Pasquale Alario (PA): Il punto che ha toccato è fondamentale, nel senso che il ruolo degli allevatori, di coloro che fanno allevamento in montagna e in alta collina, è fondamentale per la salvaguardia. il presidio e la manutenzione. Perché se questi territori che hanno vocazione di pascolo vengono abbandonati a se stessi, senza la presenza degli allevatori le conseguenze sull’ambiente e quindi anche sulla stabilità del territorio, il pericolo di incendi diventerebbe enorme. Perciò penso che i nostri concittadini che vivono nelle zone di pianura e nelle città dovrebbero avere un senso di gratitudine verso queste persone che fanno questa attività basata sull’allevamento brado e semi brado, con animali al pascolo che, da un lato, garantisce una qualità dei prodotti sicuramente superiore a qualsiasi allevamento stanziale, e dall’altro svolgono funzioni di presidio, manutenzione e pulizia del territorio. Ma, ora chiaramente questi allevatori tendono un po’ a lasciar perdere perché il lavoro è molto e pesante, si deve stare in montagna e richiede tanto tempo, mentre i ritorni economici sono piuttosto scarsi. Quindi, i giovani tendono ad abbandonare questo tipo di attività, mentre molti allevatori sono ormai anziani e non ce la fanno più a mantenere questo modo di allevare basato sugli animali liberi, garantendo quindi il benessere degli animali che sono quasi liberi. Per questo ci dovrebbero essere degli interventi per aiutarli. Non solo degli interventi economici, ma anche strutturali come garantire loro la buona qualità dei pascoli, la disponibilità di pascoli, perché oggi si trovano spesso difficoltà anche ad avere da parte dei comuni le cosiddette fide adeguate rispetto alle esigenze degli allevatori, la presenza di abbeveratoi, il miglioramento dei pascoli. Certamente, il valore ambientale di questi tipi di attività è straordinario. Non avremo mai in nessun allevamento stanziale il latte di qualità di un animale allevato al pascolo. Basta pensare alla varietà di piante che nelle diverse stagioni si riescono ad utilizzare per l’alimentazione degli animali.

AS: Ti vorrei far riflettere su alcune cose che sono venute anche già da alcune interviste. Uno è il tema che in questi anni diciamo anche sulla grazie alla spinta dei PSR, quindi dei contributi degli aiuti, c’è stata una moltiplicazione in alcuni casi di di capi soprattutto bovini che non sono tanto nella tradizione, a parte la podolica. Ma, soprattutto il Cilento nella storia è stato un territorio di pecore e capre e forse anche di maiali in certi momenti della sua storia, ma non certo un territorio di bovini, che hanno ovviamente un maggiore impatto sul territorio, dal punto di vista del pascolo, che può essere significativo soprattutto se la popolazione aumenta oltre una certa soglia. Da questo punto di vista, oggi c’è il tema del sovrapascolo in alcune zone. Inoltre, ci viene segnalato che molti pascoli sono un po degradati. C’è il caso Monte Cervati dove c’è una infestazione di piante come l’asfodelo o la rosa canina e i rovi che impoveriscono il pascolo, perché non fanno crescere le erbe e altro. Un’infestazione che in parte è legata al fatto che l’urina degli animali favorisce la proliferazione di alcune di queste piante infestanti. Ti chiedo di fare una riflessione su questo, perché stiamo ragionando sull’importanza del pascolo semi brado, per cui dobbiamo porci il problema di come si fa ad intervenire sui terreni dove non si può fare niente, perché sono vincolati. Non si possono fare i miglioramenti, non si possono lavorare…

PA: Gran parte dei pascoli che utilizzano i nostri allevatori, soprattutto in montagna, sono utilizzabili solo da pecore e capre, anzi solo da alcune razze, come la capra cilentana e la podolica che sono straordinariamente capaci di adattarsi a condizioni che farebbero pensare che quei terreni siano non utilizzabili per l’allevamento. La pecora, invece, ha bisogno del prato, ossia di un pascolo che sia effettivamente erboso. Le zone di allevamento per la capra, la podolica e la pecora sono quindi diverse. La pecora ha bisogno di pascoli bassi con terreni erbosi, mentre per pecore e podoliche spesso si utilizzano come pascoli i boschi. Gran parte dei nostri pascoli montani sono in effetti boschi. Capra cilentana e podolica sono in grado di nutrirsi non solo del deposito erboso, anche di specie arbustive o addirittura arboree, naturalmente nella parte basale, nei ricacci. Sono in grado di alimentarsi con queste diverse specie e questo poi si riflette anche nel latte che producono.

Certamente si è avuto un incremento di questi animali anche attraverso i PSR. In alcuni periodo gli allevatori hanno anche avuto parecchi soldi, però i soldi molto spesso hanno effetti non del tutto positivi. Alcuni allevatori, magari qualcuno un po’ più furbetto, ha comprato animali di poco valore senza realmente porsi il problema di fare un allevamento che fosse un’attività economica veramente redditizia. Hanno cercato giusto di aumentare il numero dei capi e per poter avere quindi maggiori finanziamenti. Quindi, l’intervento deve essere più organico, più strutturato aul territorio.

AS: A questo proposito ti volevo chiedere su una prospettiva di futuro, da qui ai prossimi cinque anni. Con i contributi che vanno in diminuzione e forse addirittura vengono eliminati, c’è bisogno affinché questo settore continui a essere presente e quindi anche a svolgere le funzioni importantissime di presidio del territorio, che faccia un salto di qualità. Gli operatori dovrebbero darsi una dimensione veramente imprenditoriale e uscire dalla logica del contributo e dell’autoconsumo, per porsi l’obiettivo di diventare delle famiglie/aziende. Un percorso che richiederebbe anche che scattasse un po’ di cooperazione tra questi operatori, perché poi si possono fare i caseifici aziendali, ma si possono anche fare dei caseifici zonali dove si può conferire, dove più allevatori possono conferire, una una soluzione che in altri territori si utilizza, magari con una gestione consortile o anche mista pubblico-privata. Questo potrebbe valere anche per i macelli, perché c’è tutto il tema della lavorazione della carne. Ti chiedo rispetto a questo il tuo punto di vista. Ci sono tra gli operatori che tu conosci, che tu frequenti e a cui presti dei servizi, che in effetti possono fare questo passo, che possono diventare delle imprese e quindi uscire un po da questo stato sommerso molto spesso anche dal punto di vista economico?

PA: Qualcuno potenzialmente potrebbe farlo. Soprattutto, si cominciano a vedere dei giovani che hanno visto la possibilità di proseguire le attività. La maggior parte degli allevatori sono piuttosto anziani. Naturalmente, affinché questi giovani possono mettersi in gioco in questo senso c’è bisogno di un cambiamento. Innanzitutto, è necessaria la cooperazione tra questi allevatori che in questo senso devono essere sostenuti dalla politica, dalle istituzioni. Dall’altro c’è bisogno anche di fare formazione perché la loro attività di presidio del territorio non è neanche consapevole. Loro devono capire molte cose. Capire come funzionano certi meccanismi, ricevendo informazioni chiare, con una formazione ben fatta, potrebbero sicuramente avere la possibilità di avere delle imprese che in qualche modo mettono insieme la tradizione dell’alevamento locale con le conoscenze scientifiche più moderne nella gestione dei pascoli e nella preparazione e commercializzazione dei prodotti.

AS: Secondo te, questo tema della cooperazione come può essere affrontato? Perché in passato esperienze ci sono state in questo senso, però sono tutte andate male. Tu dicevi le istituzioni, ecco con questa ricerca stiamo ragionando sulla identificazione di una serie di servizi che le istituzioni, le amministrazione pubbliche potrebbero mettere a disposizione di questi allevatori. Questi sono imprenditori che possono organizzare le loro aziende, però ci sono tutta una serie di problematiche che stanno sul territorio e che hanno a che fare con la logistica, con l’acqua, con le strade, con i trasporti, con l’accesso ai pascoli, con il mercato, con la trasformazione dei prodotti. Non è che la singola azienda possa essere in grado di gestire tutto. Ha bisogno dello smaltimento dei rifiuti, ha bisogno che ci sia un sistema che in qualche misura sostenga il suo sforzo. Fino adesso le istituzioni hanno tollerato gli allevatori. Certo, gli hanno dato la fida pascolo, però non hanno fatto nulla di sostanziale per questi soggetti. Per carità, forse non hanno fatto nulla neanche per gli agricoltori, però se vogliamo che rimangano attivi sul territorio bisogna fare qualcosa, anche perché si va verso una fase selettiva, con il taglio dei contributi. Ci sono le importazioni di carne, latte e formaggi che arrivano dalla Romania e dalla Francia a prezzi stracciati. Se si vuole che questo settore in Cilento rimanga, bisogna che ci sia uno sforzo collettivo. Un grosso sforzo da parte degli imprenditori, ma anche anche delle istituzioni, dei consumatori, degli albergatori e dei ristoratori che devono prendere coscienza del patrimonio che ha tra le mani e quindi cercare anche di salvaguardare questo patrimonio, di sostenere gli imprenditori

PA: Mi sembra che hai detto tutto. L’analisi che hai fatto in queste ultime battute dice un po’ tutto quello che si dovrebbe fare. Le cooperative non sono andate avanti perché si è fatto poco affinché funzionassero. Nel senso che per realizzare un’attività di tipo cooperativo, di tipo societario ci sarà bisogno di un certo numero di anni in cui non ci sono i ritorni economici necessari. Allora, devono essere sostenute dalle istituzioni, anche con un vero e proprio tutoraggio delle attività, oltre che economicamente per andare avanti i primi anni e arrivare ad una attività d’impresa che funzioni, perché altrimenti dopo qualche anno arriva uno scoraggiamento dei partecipanti alle cooperative. Devono essere sostenute, aiutate economicamente, ma anche con interventi nella gestione

AS: Ti ringrazio. Condivido il fatto che le istituzioni debbano avere il ruolo di accompagnatori di questo processo di trasformazione che è importantissimo e strategico per un territorio come il Cilento, considerando che stiamo parlando di un gruppo abbastanza diffuso di imprenditori, una merce rara in Cilento. Producono cibo, reddito e fanno presidio del territorio, per cui credo che bisognerebbe guardarli con un occhio di maggiore interesse. Stabilendo con loro un rapporto costruttivo. Poi, è chiaro che bisogna anche regolamentare il settore, il numero degli animali. Le amministrazioni pubbliche devono fare i PAF, i piani di assestamento forestale, e quindi possono possono svolgere anche lì un ruolo molto importante, proprio per il controllo di quei fenomeni negativi di cui abbiamo parlato all’inizio. Grazie.

2 commenti

  1. In tema di cooperazione e di associazionismo, per l’esperienza maturata nel settore, specie nel Cilento, condivido pienamente quanto, in finale, afferma il dr. Alario. Egli dice che: “Nel senso che per realizzare un’attività di tipo cooperativo, di tipo societario ci sarà bisogno di un certo numero di anni in cui non ci sono i ritorni economici necessari. Allora, devono essere sostenute dalle istituzioni, anche con un vero e proprio tutoraggio delle attività, oltre che economicamente per andare avanti i primi anni e arrivare ad una attività d’impresa che funzioni, perché altrimenti dopo qualche anno arriva uno scoraggiamento dei partecipanti alle cooperative.” La Cassa per il Mezzogiorno questo lo aveva capito per cui finanziava sia le infrastrutture fisiche con contributi dell’80%, che umane al 100%. Cioè metteva a disposizione del territorio persone, tecnici preparati e capaci. prima di coagulare e preparare i nuclei di allevatori che manifestavano la volontà di far sorgere una cooperativa spiegandone i pro e i contro e poi, con chi manifestava la volontà di voler andare avanti, di seguirne la costituzione e, sopratutto, la gestione fino a quando, dopo almeno 5 anni, ci si accorgeva che i cooperatori potevano camminare con i loro piedi.Negli anni ’80, con il Progetto Speciale per le aree interne, a Rofrano, Casaletto Spartano, Sanza, Casalvelino, Laurino, Laurito, Campora, sorsero cooperative prevalentemente zootecniche delle quali ora rimangono solo le strutture in quanto, nel 1985, poco dopo l’inizio della loro operatività, la “Cassa” terminò la sua attività e i tecnici, come il sottoscritto, confluirono negli allora Ispettorati Agrari e ad essi non fu dato di continuare ad interessarsi a seguirle. La “Cassa” capì anche che, per risolvere il problema della frammentazione fondiaria, occorreva costituire cooperative per la conduzione associata dei terreni e quelle cooperative sorsero mettendo insieme chi aveva la terra ma non le braccia (impiegati, professionisti, ecc.) e chi, avendo le braccia (coltivatori, allevatori, ecc.), aveva poca terra. Il tecnico aveva il compito, oltre che fornire indicazioni tecniche e tecnologiche, di “mediare” e risolvere i conflitti tra questi due mondi. Poi, come tutte le cose belle….l’esperienza ebbe fine.

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