Lo sviluppo della zootecnia cilentana tra fida pascolo e contributi europei

Luigi Sansone, agronomo e responsabile del centro di assistenza agricola dell’Associazione Italiana Coltivatori di Castelnuovo Cilento, ci parla delle problematiche del settore zootecnico cilentano, il cui sviluppo percorre la strada stretta tra il sistema della fida pascolo e quello dei contributi europei, rimanendo sempre alla ricerca di un vero confronto con il mercato e le tematiche della gestione aziendale.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti. Oggi, siamo con Luigi Sansone, agronomo e responsabile del centro di assistenza dell’Associazione Italiana Coltivatori a Castelnuovo Cilento. Con lui cerchiamo di fare un ragionamento sul settore della zootecnia e, quindi, anche sugli allevatori, soprattutto di quelli che operano nella parte più nord-occidentale del territorio del GAL Casacastra, in comuni come Ascea. Montano Antilia, Rofrano.

Cerchiamo di capire con Luigi alcune questioni. Luigi segue diverse aziende zootecniche dal punto di vista dell’assistenza sia amministrativa sia tecnica, che quindi alcuni di questi allevatori li conosce bene nel senso che credo che ci sia una frequentazione quasi quotidiana. Insomma, credo che tu sia un buon testimone privilegiato rispetto a quelle che sono le problematiche e anche gli aspetti di forza di questo territorio, per cui raccontaci la tua la tua visione ed esperienza, i tuoi rapporti.

Luigi Sansone (LS): Sono responsabile di un centro di assistenza agricola a Castelnuovo Cilento. Seguiamo circa 500 aziende un po’ su tutto il territorio del Cilento. Una buona parte di queste aziende ricade proprio nel territorio del GAL Casacastra. Le aziende zootecniche sono una buona parte delle aziende che ritroviamo in questo territorio, ma c’è da dire che il GAL include un territorio abbastanza vario sotto il punto di vista produttivo, perché se prendiamo in considerazione il comune di Ascea, ad esempio, vediamo un comune dove prevalentemente sono aziende olivicole nella parte più verso il mare, ma man mano che ci addentriamo incontriamo delle aziende vitivinicole e castanicole nella parte montana e anche diverse aziende zootecniche. Poi, se ci spostiamo man mano all’interno del territorio del Gal vediamo che le aziende tendono per lo più a specializzarsi nel settore castanicolo – nei comuni di Futani, Cuccaro Vetere, Rofrano, San Mauro La Bruca – ma poi andando avanti – comune di Montano, Rofrano e altri comuni – diventa invece prevalente l’attività zootecnica.

Quando parliamo di aziende zootecniche in questi territori al di là di rarissimi casi di aziende zootecniche intensive, per la maggior parte sono aziende a carattere brado o semi-brado. Nella maggior parte dei casi si tratta di aziende a conduzione familiare. Molte sono aziende storiche, dove oggi c’è la generazione dei cinquantenni-sessantenni ed oltre che sta trasferendo in alcuni casi l’attività alla nuova generazione. Si parla di piccola azienda. Non ci sono grandi numeri. Le grosse aziende in questo territorio raggiungono i 50-60 capi bovini o al massimo 100-150 capi ovicaprini. Queste sono le aziende di maggiore dimensione. Altrimenti, si tratta di aziende di piccole dimensioni, alcune decine di capi per gli ovicaprini e 10-15, massimo 20 capi per i bovini.

Questa è la compagine delle aziende agricole di questo territorio, Non c’è una specializzazione di queste aziende. Non è che esistono aziende esclusivamente zootecniche o olivicole o vitivinicole, ma spesso è un connubio di queste attività e anche un po’ la forza di questo territorio per ammortizzare quelli che possono essere gli andamenti climatici, economici, socioculturali e quant’altro. Quest’anno annata di scarica per le olive, ci si consola un pochino con le castagne e con altri prodotti, mentre qualcuno si riposa. Questo è il territorio.

AS: Le caratteristiche delle aziende sono, come si diceva una volta, policolturali, dove c’è un po’ di tutto, senza una prevalenza necessaria e dove, però, c’è anche una forte integrazione tra l’attività agricola e l’attività zootecnica, perché per esempio le pecore possono pascolare anche sotto gli ulivi…

LS: Esatto. Oggi, molti terreni stanno vivendo una seconda vita proprio come pascolo, anche purtroppo per una serie di problematiche legate al territorio. E’ il classico caso degli oliveti che oggi, vuoi per difficoltà di meccanizzazione vuoi per la difficoltà a trovare manodopera, in ultimo anche per tutte le problematiche legate alla diffusione ormai incontrollata dei cinghiali che distruggono le reti per la raccolta,  molti uliveti sono stati convertiti al pascolo, anche in modo redditizio perché sono comunque terreni fertili, terreni che negli anni hanno usufruito di ottime pratiche colturali di fertilizzazione e quindi anche dal punto di vista della produzione di foraggio stanno dando degli ottimi risultati. Quindi, si sta integrando su molti di questi terreni proprio la pastorizia. In primis è proprio la diffusione di pecore e capre che sono molto più facili da gestire sul territorio. Tendono a depauperare meno i pascoli e soprattutto a danneggiare meno il terreno rispetto alle specie bovine. Soprattutto adesso, nella stagione delle piogge, sappiamo benissimo che già il semplice passaggio dei bovini devasta i terreni. Problemi di calpestio dei terreni, danneggiamento di quelle che sono le opere di regimazione delle acque. Il bovino è un animale che arreca maggiori danni soprattutto quando ci troviamo su terreni coltivati scoperti di vegetazione, per cui è preferibile il ricorso alla pecora e alla capra che sono più degli “animali gentili”.

AS: Consideriamo che soprattutto in questa fascia che sale da Ascea verso l’interno c’è tutta l’architettura dei terrazzamenti. I bovini possono fare dei danni ai muretti e farsi male, perché possono pure cadere. I terrazzamenti sono delle strutture delicate.

Ti volevo chiedere, avendo tu citato questo tema del pascolo, guardando i dati dell’anagrafe zootecnica, abbiamo notato che negli ultimi anni c’è stato un certo momento dei numeri dei capi. Questo è stato molto un effetto dei contributi di varie misure del PSR, però mi domando se non c’è anche qualcuno di questi allevatori che stia cercando di fare un discorso di crescita aziendale. Cero è che il territorio non offre, tranne che nella dell’Alento, delle grandi aree pianeggianti. I terreni sono comunque scoscesi e i pascoli sono di piccole dimensioni. Un aumento del carico degli animali, soprattutto dei bovini, può creare qualche problema di sovra sfruttamento del pascolo. Ragioniamo su questi temi.

LS: Il discorso degli aiuti che ha citato è stato uno dei fattori che ha promosso la diffusione delle aziende zootecniche negli ultimi 7-8 anni, a partire dal 2011-2012, sono nate un sacco di aziende, ma molte di queste sono nate sulla scia della possibilità di accedere agli aiuti a fondo perduto non legati agli investimenti. Parliamo della cosiddetta misura 214 per il pascolamento dei capi e l’indennità compensativa, un’altra delle misure sempre a superficie. Qualcuno pratica anche agricoltura biologica con altre misure sempre a superficie. La possibilità di accedere a questi aiuti in alcuni casi ha portato al sorgere di aziende che non avevano obiettivi produttivi. In alcuni casi sono aziende di conduttori che magari hanno un secondo lavoro, con un’altra attività, che quindi hanno avuto la possibilità di integrare il loro reddito, avendo la disponibilità di accesso a terreni. Molte delle aziende sono nate su questa scia e probabilmente molte di queste scompariranno se gli aiuti andranno ancora ulteriormente a scemare, come sta accadendo negli ultimi. Andranno a ridursi, perché se le aziende che si basano esclusivamente su introiti arrivano degli aiuti AGEA, non possono più reggere. Non hanno più motivo di esistere, perché gli aiuti si sono ridotti, mentre gli animali hanno bisogno di alimenti e, come dicevi tu prima, qua abbiamo piccoli pascoli che spesso sono eccessivamente pascolati negli ultimi anni.

Complice anche la siccità – ci sono state ormai due annate con la siccità anche di cinque mesi – questo comporta che i pascoli durano poco e quindi tutti sono stati costretti ad acquistare fieno sul mercato. Fieno che gli allevatori sono incapaci di produrre perché, come accennavi tu, al di là della valle dell’Alento con la disponibilità irrigazione per la presenza dell’acqua consortile, ma tutto il resto del territorio, se andiamo su Montano o Rofrano, non esistono terreni dove è possibile produrre foraggi a prezzi competitivi. Sono piccoli appezzamenti non irrigui, quindi questo comporta tutta una serie difficoltà.

Se l’azienda oggi non si alza sulle proprie gambe e non inizia a produrre, a certificare le produzioni di qualità, a ricercare dei mercati particolari, ad entrare nelle cosiddette nicchie di mercato, valorizzando così le sue produzioni, è destinata a scomparire. Gli aiuti non possono rendere questa azienda competitive.

Ci sono comunque delle aziende lungimiranti. Ci sono quelli che veramente vogliono fare attività zootecniche, con passione e spesso nel 99% sei casi sono aziende che i genitori, se non anche i nonni, sono stati allevatori allo stato brado. Alcune di queste aziende, anche sfruttando sempre gli aiuti strutturali a cui c’è possibilità di accedere, stanno eseguendo degli investimenti, ammodernando le strutture aziendali. Alcune si stanno dotando di strutture per la trasformazione delle produzioni, con dei piccoli caseifici. Stanno evolvendo perché hanno preso visione delle problematiche future. Gli aiuti andranno a finire, quindi trasformiamoci. Il pascolo ben venga per ottenere delle produzioni di qualità, ma oggi la produzione di qualità non consistono semplicemente nel pascolare e poi mettere il latte su un pentolone per fare il caciocavallo da vendere all’amico. Questo non consente all’azienda di sopravvivere.

Le aziende che hanno preso visione di questo problema e che nei prossimi anni potranno ancora sopravvivere come tali, ritengo che siano il 10% di quelle che oggi sono presenti sul territorio. Ci sarà una selezione notevole perché i costi aumentano, tra obblighi di mantenimento, veterinari, registri, spese di commercialisti, di tecnici. Le spese aumentano a fronte di introiti che se si rimane legati alla vendita di un bovino da carne, che sarà pure buonissimo e genuino, ma che oggi ha di fronte un consumatore che spesso è ignorante, perché preferisce una fettina di carne che si scioglie in bocca, anziché una fettina di carne che magari ci lasci l’apparecchio dei denti vicino, perché si tratta di un bovino cresciuto al pascolo e quindi la carne è dura…

AS: Bisogna lavorare sulle frollature.

LS: Esatto. Bisogna lavorare su questo. Nel nostro territorio c’è chi sta facendo qualcosa in tal senso, con la macelleria aziendale si sta specializzando sulla frollatura. Qualche qualche azienda presente si sta specializzando sulla trasformazione dei suini a pascolo per a produzione di salumi.

Devono lavorare su questo perché purtroppo l’idea è sempre che è il consumatore che viene da me. No, sono io che devo andare dal consumatore. Oggi, devo dare al consumatore ciò che lui mi chiede. Vuole la carne tenera e io gli devo dare la carne tenera.

AS: Però, c’è anche una fascia di consumatori che se tu gli spieghi che la tua carne è allevata in certo modo…

LS: Bisogna lavorare a doppio senso cioè c’è il momento esatto. Se non si lavora in questo senso e io continuo ad andare per la mia strada, avrò difficoltà. Altrimenti si va a finire come molti allevatori che vendono i vitelli a tre mesi, quattro mesi, appena svezzati, a 300 euro. Ma, se ragiona in questo senso un allevamento di 20 vacche, di cui 10 partoriscono nell’anno, io vado a vendere 10 vitelli che sono tremila euro. Un allevamento di 20 vacche può campare con 3 mila euro di entrate? Assolutamente no. Sì, ci saranno 10-15.000 euro di aiuti PAC, ma paga la fida pascolo, che sono arrivate alle stelle, paga tutte le spese dei tecnici, veterinari e quant’altro, alla fine se tiriamo le somme, i conti non tornano.

AS: Mi puoi spiegare brevemente quali sono gli elementi essenziali della fida pascolo. So che si tratta di un argomento molto delicato e variegato.

LS: La fida pascolo viene dagli usi civici. In pratica, è una forma di utilizzo dei beni collettivi. C’è legnatico, c’è il terratico e c’è il pascolatico. Come viene gestita la fida pascolo? Il comune è tenuto a norma di legge a dotarsi un piano di assestamento forestale (PAF) e di un regolamento per il pascolo. Nella stesura del regolamento per il pascolo, il comune o l’ente che gestisce questi beni collettivi, questi terreni, che cosa fa? Nella stesura deve dare un incarico ad un tecnico che fa una valutazione di quelli che sono i terreni e la tipologia di soprassuolo erbatica. In parole povere, deve valutare quanta erba riescono a produrre questi terreni definita in unità foraggiere. In base a questi valori, che derivano da una stima, si stabilisce quanti animali possono essere pascolati. Una particella per ipotesi di 5000 metri pascolabili è capace di sostenere un carico di bestiame di una UBA per ettaro, che significa che in questa particella ci starà bene una mezza vacca. Questo va fatto per tutti i terreni.

La fida pascolo come viene gestita? Le ditte che intendono portare gli animali al pascolo fanno richiesta al comune o all’ente gestore a seguito della pubblicazione di un baldo pubblico. Fanno richiesta per poter pascolare un determinato numero di animali. Il comune o l’ente, alla chiusura del bando, viste le richieste pervenute, visto il carico di bestiame complessivo delle richieste, valuta se c’è la possibilità di assegnare i terreni per le richieste così come sono pervenute o viceversa applicare delle riduzioni, ossia se il comune ha disponibilità per 50 UBA, ma mai le richieste di 100 UBA, vuol dire che andrà ad assegnare il 50% a ciascuno degli innovatori oppure, dipende poi dal regolamento, fare una graduatoria, con i primi che beneficeranno e con gli ultimi che stanno a guardare. Quest’ultima è una strada che quasi nessuno percorre e quindi si segue sempre la prima.

AS: Ma, la fida pascolo poi si paga?

LS: Si paga. Le amministrazioni, soprattutto quando si tratta della gestione da parte di una Comunità Montana, in genere queste somme loro le vanno ovviamente ad inserire nel loro bilancio. Con l’adozione dei PAF e dei regolamenti del pascolo e altro, nel 99% dei casi c’è una riduzione del carico di bestiame, perché negli anni soprattutto perché siamo in area parco e soprattutto quando parliamo di beni collettivi, terreni comunali, demaniali e così via, molti di questi terreni per effetto del parco, aree protette, aree SIC, eccetera, succede che da anni non vengono più sottoposte al taglio. Quindi, sostanzialmente, non c’è più una produzione di prati. sono diventati dei boschi e soprattutto quando parliamo di faggete e simili non c’è nulla da mangiare. Automaticamente si è ridotto il carico di animali che questi terreni possono sostenere.

In automatico l’ente che cosa dovrebbe fare? Non potendo intervenire più sui terreni, di mille animali ne dovrebbe far pascola re solo 500. Ma, così perderebbero metà dei soldi che incassavano prima. Per cui, la maggior parte raddoppia la tariffa che nella maggior parte degli enti viene stabilita per animale, per UBA. Ci sono delle tariffe anche per il bovino di sei mesi, per le capre, le pecore e i cavalli. Ci sono dei comuni che ad esempio per un cavallo prendono 100 euro. Mediamente la tariffa ai aggira intorno ai una somma variabile tra i 30 e i 50 euro per una vacca. Considera che il terreno che viene concesso per una fida pascolo per un animale varia dai 2 ai 3 ettari. Queste sono le superfici. Quindi, spesso per quelli che si fanno i calcoli in termini di aiuti comunitari, è un conto a perdere. Purtroppo molti allevatori i conti non li sanno fare o non se li vogliono fare, ma in molti casi in questo conto non porta da nessuna parte.

AS: Anche perché poi su questi terreni demaniali non si può fare niente, a parte pascolare. Non si possono fare dei miglioramenti fondiari.

LS: Esattamente e questo è il problema principale. Soprattutto se sono are vincolate del parco, non è che si possa andare a fare un taglio dei cespugli, di quelle specie ormai non . Il grande problema è quello. Il sovra pascolamento porta ad un eccessivo sviluppo delle specie non pabulari. Si innesca un meccanismo a catena, per cui il pascolo diventa rapidamente sempre più povero.

AS: Quando tu dici le specie non pabulari, non pascolabili, quelle che gli animali non mangiano, di cosa parliamo?

LS: Tipo il rovo. L’animale mangia la parte tenera del rovo, ma quella dura no. Ma anche le felci non le mangiano. Come non mangiano l’asfodelo. Ci sono pascoli sul monte Cervati che sono infestati e il dove il 50-60% della superficie viene coperta dall’asfodelio, una sorta di cipolla. La rosa canina, un’altra specie ormai presente in molte zone, una pianta che ha spine molto forti. Succede che sotto non cresce più nulla per il fatto di non poter pulire o seminare erbe, per via dei vincoli. Questi sono beni concessi in uso, non concessi in affitto, per un periodo limitato di 3-4-5-6 mesi, dipende dall’altitudine. Ci sono i vincoli di tipo ambientale e quindi non posso fare niente. Ho suggerito in più di un caso che anziché farsi pagare da queste per il pascolo degli animali, di obbligare gli allevatori a pulire il terreno dai rovi, a tenere puliti i sentieri, a sistemare le opere di regimazione delle acque. Non fare questo, significa che i pascoli si stanno trasformando tutto in un grosso roveto sempre più boscato, dovendo poi affrontare tutti i problemi che ne derivano nel caso di incendi e mancata regimazione delle acque meteoriche a seguire.

AS: Tu hai citato questo problema della regimazione delle acque. Alcuni mi hanno detto che quest’estate che è stata particolarmente calda, con siccità, nelle zone di alta di alta montagna e di alta collina, c’è stata una mancanza di acqua. Alcuni allevatori hanno dovuto trasportare l’acqua. Mi domando, quindi, se sull’acqua si debba ragionare, creando una rete di abbeveratoi a una certa altezza e anche di laghetti che potrebbero avere la doppia funzione quella di abbeveraggio degli animali, ma anche antincendio. Pensi che queste cose si possano fare?

LS: Si possono fare e si devono fare. Sul Cervati, a partire da Laurino fino a Valle dell’Angelo, sono già presenti degli abbeveratoi, ma il problema è che si trovano più a bassa quota, intorno ai 700 metri a scendere. Quando andiamo sopra purtroppo si devono affidare alle sorgenti e come è capitato quest’anno sono andate in secco, non solo sul monte Cervati, ma anche sul Monte Sacro, e quindi nella zona di Rofrano e Montano e così via. In quella zona purtroppo gli allevatori hanno iniziato a trasportare l’acqua per abbeverare gli animali, ma questo già dal mese di giugno. Non si è dovuto aspettare molto, considerando che la transumanza è iniziata verso fine maggio nella maggior parte dei terreni. Quindi, il problema è serio. Il problema è che molti casi l’acqua c’è, ma è diventata non accessibile, vuoi per l’occlusione dei sentieri perché purtroppo sono cresciuti i rovi e la vegetazione arborea, vuoi per le strade la cui manutenzione non viene effettuata come una volta, e quindi non si riescono a raggiungere.

C’è un altro aspetto che è legato un pochino anche alla territorializzazione degli allevatori. Tendono a prendere il possesso del territorio e quindi sono anche molto gelosi quando un altro allevatore entra nelle loro zone. Insomma, i problemi sono tanti.

Per cercare si risolvere problema sarebbe bisognerebbe realizzare degli abbeveratoi pubblici, disseminati sull’intero territorio, perché le acque ci sono, le sorgenti ci sono, ma bisogna accumularle in strutture tipo bacini con la doppia opportunità di servire, soprattutto nel periodo estivo, anche per gli incendi. Deve essere la soluzione.

AS: Per concludere, ti volevo chiedere di quel 10% di aziende, speando che il numero sia più ampio, che vuole fare impresa, che vuole fare questo salto di qualità e che magari ha anche delle giovani generazioni che sono interessati a continuare e quindi i loro genitori stanno stanno investendo nella strutturazione dell’azienda. Forse sarebbe anche il momento che la Regione, le pubbliche amministrazioni locali, tipo le Comunità Montane, i comuni e lo stesso Parco, guardassero a questi allevatori, al di là di tutte le problematiche di cui abbiamo detto, come soggetti che hanno una loro importanza per il territorio. Sono intanto degli imprenditori e nel Cilento non mi pare ci sia tutta questa imprenditoria.

LS: Qui l’imprenditoria esiste per due mesi all’anno…

AS: Questi invece ti invece fanno gli allevatori tutto l’anno. Fanno presidio del territorio, perché stanno soprattutto fuori dai comuni, nelle zone rurali di campagna. Producono cibo, perché questi producono carne, latte, formaggi e uova. Forse sarebbe venuto il momento di riconoscerli come dei soggetti importanti del territorio.

LS: Io li definisco custodi del territorio. Al di là del discorso che si può fare sull’aiuto o non aiuto, oggi sono loro a custodire territorio, perché io in prima persona che sono anche titolare di terreni, quando so che c’è l’incendio in prossimità dei miei terreni, anche a distanza di qualche chilometro, da qualsiasi parte mi trovo allarmo i miei parenti ed amici per iniziare a creare sbarramenti e mettere in atto tutta una serie di accortezze per evitare che le fiamme giungano ai miei terreni. Spesso non sono tanto gli operatori forestali ad intervenire per controllare il fuoco, ma la maggior parte del lavoro viene stato fatto direttamente dai proprietari dei terreni. Contadini, allevatori e aziende agricole, questi sono i veri custodi del territorio. Quindi, il Parco e a seguire tutte le altre amministrazioni dovrebbero riconoscere a queste aziende il ruolo di custodi del territorio.

AS: Questo ruolo di custodi del territorio, a maggior ragione volevo arrivare a chiederti se non è il momento che anche gli si forniscano dei servizi. In altre aree, dove ci sono dei sistemi imprenditoriali che sono dei sistemi territoriali, si lavora in sinergia con le pubbliche amministrazioni su tanti temi, dalla logistica alla trasformazione. L’azienda da sola non può fare tutto.

LS: Ti faccio un esempio stupido. Vado in Toscana, il Consorzio di Siena mette a disposizione degli agricoltori un cassone per lo smaltimento dei rifiuti speciali agricoli non pericolosi, sacche del concime scatole, confezioni, barattoli. L’agricolture mette i suoi rifiuti in questi in questi cassoni. Qua no. Qua se sei un’azienda agricola ti devi dotare di un contratto di smaltimento si rifiuti speciali, punto. Che siano pericolosi o non pericolosi. Ti faccio l’esempio delle reti per la raccolta delle olive. Tutti gli anni puntualmente i cinghiali fanno i loro danni. I cinghiali non li possiamo sparare in area protetta. Sono liberi di scorrazzare e ti distruggono le reti, quindi oltre al danno poi c’è la beffa. A tue spese devi smaltire le reti. Oggi, una società per lo smaltimento delle reti si prende un euro al kg, oltre al contratto che devi stipulare con loro per un costo intorno ai 250 euro, e poi ti ricompri le reti. In tutto questo il Parco che cosa fa? Tu fai richiesta di risarcimento di un danno che ti spetterebbe. Innanzitutto, gli devi dimostrare che hai smaltito le reti a norma di legge e che hai acquistato le nuove reti e poi forse ti eroga un contributo, un aiuto a titolo di risarcimento. Ma, alla terza denuncia di danni che gli fai ti arriva una lettera che ti dice che non ti spetta alcun risarcimento, perché avresti dovuto prendere provvedimenti. Quali sono questi provvedimenti? Questo è l’aiuto che viene dato agli agricoltori, motivo per cui poi scompaiono, abbandonano i terreni.

Qui non stiamo parlando di favorire la diffusione delle aziende, ma stiamo parlando di far sì che le aziende restino sul territorio. Di aziende di genitori che hanno 60-70 anni vadano in mano ai figli e non finiscano così. Oggi, sennò l’alternativa quale è? Una volta se ne andavano in Germania e in Inghilterra, oggi l’Inghilterra ha fatto la Brexit e non ci fa entrare, mentre in Germania ormai si sta come qua. Gli enti si devono fare carico di traghettare le aziende del territorio verso una nuova forma che è l’associazionismo, che possono essere dei consorzi, che possono essere delle associazioni di rete, dei cosiddetti contratti di rete, e così via.

Sono piccole aziende, ma in realtà se le mettiamo tutte insieme hanno centinaia se non migliaia di capi. Tutto questo, se messo in rete vengono fuori dei numeri importanti. Ne ho parlato con il direttore del GAL alcune volte, si potrebbe realizzare una piattaforma informatica che metta in rete quello che abbiamo. Costruire un mercato telematico per i prodotti di questi allevatori ed agricoltori. Far incontrare la domanda con l’offerta. Anni fa con l’assessore all’agricoltura della provincia abbiamo fatto una stima dell’olio che si consuma in provincia di Salerno che è superiore a quello che viene prodotto nella stessa provincia, però chissà perché l’olio si vende in provincia di Salerno ai cosiddetti baresi, commercianti all’ingrosso, ad 1,50-2 euro al litro, perché non si riesce a vedere qui. Questo è il problema reale: non c’è realmente incontro tra domanda e offerta, al di là di tutte le problematiche che ci possono essere sulla qualità e sulle forme in cui i prodotti vengono posti in commercio e così via.

In tutto questo, però, le amministrazioni che fanno? Al momento, credo niente. Le iniziative o come si dice le belle realtà sono sempre frutto di sacrifici di soggetti privati, delle famiglie. Ma, il sistema così non va, perché su mille ce la fa solo uno. Il sistema sta diventando molto selettivo e gli altri sono costretti a essere totalmente sommersi, perché non ce la fanno a stare alle regole, perché tutte le economie esterne negative se le devono accollare. Purtroppo nel Cilento l’associazionismo ha fatto brutte esperienze, però è la soluzione.

AS: Oppure forse bisognerebbe lavorare sulla strutturazione della filiera. Se ci fossero un po’ di trasformatori che che siano in grado di fare loro il rapporto con il mercato e poi relazionarsi con gli allevatori. Molte di queste aziende potrebbero anche semplicemente porsi il problema di conferire, almeno una parte di quello che producono.

LS: Bisogna aggregare la produzione, bisogna concentrare l’offerta, cioè avere 100 produttori, un trasformatore e un commerciale. Se si arriva a questo, allora forse si riesce a fare qualcosa, perché cento allevatori da cinque animali ciascuno sono 500 animali, e con 500 animali si può pensare ad un macello e a un caseificio, ma se rimangono lo stesso numero di aziende con in testa l’idea di trasformare, di vendere privato, rimarranno sempre contadini, di contadini hobbisti. Purtroppo, questa parte del territorio è interessata da questa tipologia di problema: un elevatissimo numero di aziende di microdimensioni che se non si aggregano e non si fa aggregazione dell’offerta il problema non si riesce a risolvere. Sarà la selezione naturale. I più forti, chi ha maggiore disponibilità finanziaria o chi ha la capacità di accedere aiuti pubblici potrà raggiungere degli obiettivi, mentre gli altri spariranno o rimarranno sommersi.

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