Le politiche e gli interventi della Regione Campania per favorire lo sviluppo del settore zootecnico

Gianni Ruggiero, agronomo zootecnico e funzionario dell’Assessorato Agricoltura della Regione Campania – Direzione Generale Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, parla delle politiche e degli interventi che la Regione ha messo e mette in campo per favorire lo sviluppo del settore zootecnico regionale. Emerge un quadro dinamico e proattivo, frutto in gran parte della passione e competenza del Dott. Ruggiero.

Alessandro Scassellati (AS): Salve a tutti. Oggi, siamo con il dottor Gianni Ruggiero che è un’agronomo zootecnico e un funzionario dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania, Direzione generale politiche agricole, alimentari e forestali. Si è sempre occupato, ormai da più di trent’anni, di tematiche legate alla zootecnia. In questo suo lungo percorso professionale nella pubblica amministrazione ha avuto sicuramente un punto di vista privilegiato di osservazione, ma anche di intervento, perché la Regione è il soggetto strategico rispetto alle politiche agricole, e quindi anche zootecniche, per cui crediamo che sia particolarmente importante cominciare questo nostro questo nostro incontro con una narrazione di cosa è cambiato in questi anni. Sappiamo che il settore della zootecnia in Cilento parte da una stretta  connessione con l’agricoltura, ma soprattutto con l’autoconsumo delle famiglie. Il nostro progetto ha l’obiettivo di incentivare la nascita di vere e proprie aziende, nella trasformazione delle famiglie degli allevatori. Questo è uno dei temi su cui le chiedo di fare una riflessione. Prego Dottor Ruggiero.

Gianni Ruggiero (GR): Buongiorno dottor Scassellati. La ringrazio per questo invito e, soprattutto per le funzioni che svolgo all’interno dell’Assessorato sono particolarmente contento di questa opportunità che mi ha offerto nel poter descrivere quelli che sono i tratti salienti della zootecnia regionale, in particolare della provincia di salerno. Una zootecnia riferita in termini non propriamente corretti alle aree interne, mentre sarebbe meglio parlare delle aree collinari e montane della provincia salernitana. Faccio solo un inciso. Dobbiamo sapere che la regione Campania ha un territorio per orografia con l’ottanta per cento rappresentato per l’appunto da aree collinari e montane. Da questo si evince che gran parte delle attività agricole, soprattutto quelle riferite alla zootecnia, sono localizzate in queste aree collinari e montane.

Se contestualizziamo il discorso sulla provincia di Salerno, oltre ad avere una zootecnia di punta, legata soprattutto all’allevamento bufalino da latte e bovino da latte localizzato soprattutto nelle aree di pianura della provincia, come la Piana del Sele e il Vallo di Diano dove è concentrata la maggior parte di questo di questa zootecnia, di queste specie in produzione, nel resto del territorio della provincia di Salerno parliamo di aziende zootecniche soprattutto fatte di piccole realtà localizzate queste aree collinari e montane.

Sono delle piccole realtà produttive, ma non per questo meno importante anche in termini di produzione lorda vendibile. Non tanto in termini di quantità, ma soprattutto sono importanti per le potenzialità che possono o potrebbero esprimere in termini di qualità delle produzioni. Da questo punto di vista, sono correttamente interpretate e soprattutto sono in linea con le osservazioni fatte dai precedenti intervistati. In queste aree a noi parliamo di una zootecnia fatta soprattutto di piccole aziende localizzate in aree collinari e montane della provincia di Salerno, ma il discorso si può estendere a tutta la regione Campania, legate molto spesso ad un’attività di autoconsumo. Molto spesso abbiamo delle produzioni di eccellenza, di qualità o meglio non ancora espressamente dichiarate eccellenze e di qualità perché sono poco conosciute al di fuori dei confini comunali o anche della provincia e anche regionali. Ne abbiamo avuto prova nel momento in cui attraverso delle iniziative che la Regione ha attuato, non ultima proprio quella di aver portato nella manifestazione di Cheese 2021 molte di queste aziende, che hanno partecipato attivamente a questa manifestazione. Queste produzioni fuori dal contesto regionale, in uno scenario dove c’è il confronto con altre realtà produttive, hanno avuto un grande successo e soprattutto hanno creato un grande entusiasmo degli allevatori, molto spesso giovani, che così sono motivati a migliorare continuamente gli aspetti della produzione e della qualità.

Negli anni l’assessorato ha svolto una notevole mole di iniziative. Io stesso nel corso della mia carriera professionale, che è iniziata nel lontano 1991, quando all’epoca fui assunto come divulgatore agricolo specializzato dalla Regione Calabria, dove ho lavorato per circa 10 anni, e poi successivamente dal 2001 ad oggi sono funzionario della Regione Campania, le dico che queste iniziative e attività sono state sempre sostenute con una serie di progetti soprattutto volti all’attività di formazione delle aziende, di assistenza tecnica e accompagnate anche da interventi di finanziamenti che vengono elargiti a questi a queste aziende attraverso soprattutto le misure del PSR, tutte finalizzate alla qualificazione delle produzioni.

Abbiamo fatto molte iniziative volte soprattutto alla formazione degli allevatori zootecnici attraverso per esempio le misure del PSR della precedente programmazione come la misura 111 finalizzata alla formazione degli operatori agricoli. Abbiamo fatto molti corsi che hanno cercato di valorizzare e migliorare le conoscenze per esempio delle aziende sulle tecnologie casearie aziendali, sulla gestione dell’azienda, sugli aspetti dell’alimentazione e qui si apre uno scenario interessantissimo nel campo dell’alimentazione. Infatti, parliamo di piccole realtà delle aree collinari e montane dove si pratica un alimentazione allo stato brado e semi brado degli animali. Ciò introduce tutta una serie di problematiche diverse dall’allevamento tradizionale in stalla, per cui è importante far conoscere agli operatori anche come gestire per esempio gli animali al pascolo non solo per l’aspetto alimentare, ma anche per l’aspetto sanitario.

Nel corso degli anni queste attività sono state ampiamente sviluppate dall’Assessorato all’agricoltura e questo ha fatto sì che gli allevatori potessero anche partecipare per esempio di viaggi di studio. Li abbiamo portati in realtà dove c’è un contesto di zootecnia simile e così essi hanno potuto verificare di persona come in certi contesti l’introduzione di alcune innovazioni che migliorano i processi produttivi la qualità ha fatto sì che le loro produzione potessero avere uno sviluppo notevole

Una delle iniziative che poi ha coronato questa attività di formazione, ma anche di consulenza alle aziende, è stata nel 2016, quando io lavoravo all’ufficio territoriale di Salerno, ho promosso un progetto con l’Assessorato sulla istituzione di una associazione degli allevatori casari di azienda agricola, fatta in collaborazione con l’Associazione casare e casari e di Cuneo, entrando così nella rete Face Network che una rete europea dei piccoli caseifici aziendali. Nel 2016, limitatamente alla provincia di Salerno, abbiamo messo insieme un gruppo di una ventina di allevatori di tutte le specie zootecniche, che avessero il caseificio aziendale. Perché, secondo noi, l’associazione è stato un esempio virtuoso, anche perché nel corso degli anni ha avuto degli eccellenti riconoscimenti e risultati? E’ stata quella di mettere insieme questi allevatori unicamente per lo scopo per migliorare la qualità dei processi produttivi e delle produzioni, valorizzare i loro prodotti partecipando a iniziative divulgative e di promozione dei prodotti all’interno e soprattutto all’esterno della regione.

Ma, l’aspetto innovativo su cui ho sempre creduto è che all’interno di questa associazione ci fossero dei valenti tecnici, molti di grande esperienza, che erano a servizio di queste aziende. Questo perché si deve tener presente che molto spesso la piccola azienda zootecnica delle aree collinari e delle aree interne di questa provincia e della regione è sempre stata un po’ ai margini dello sviluppo dell’innovazione di processo, per cui è importante avere dei servizi, avere un’attività di consulenza continua e avere dei tecnici che possono risolvere e soprattutto incentivare l’allevatore a cambiare o a migliorare alcuni processi. Questo è stata uno delle mission fondamentali che l’associazione ha portato in avanti nel tempo e molte aziende sono state seguite fino ad oggi.

L’obiettivo sarebbe quello di continuare su questa strada e fare in modo che questo modello si possa estendere anche a tutta la regione. A questo proposito, voglio informare su un progetto che la Regione sta attuando nell’ambito dell’attività che normalmente noi finanziamo come attività dei controlli funzionali delle aziende zootecniche. Un progetto che è quello dell’allevamento custode fatto con la collaborazione operativa dell’Associazione allevatori Campania e Molise, nel quale sono coinvolte non solo la Regione che è l’ente finanziatore, ma anche che ha ideato e costruito questo progetto, ma anche l’Università di Napoli, il Constapi e il Cremovar che sono delle strutture di ricerca presenti sul territorio.

Ognuno si occupa di un aspetto del progetto. Per l’attività del riconoscimento delle razze autoctone in regione Campania, per esempio, o la creazione e gestione dei registri anagrafici per l’individuazione di nuovi tipi genetici autoctoni o per l’implementazione dei registri, il Consapi ha le competenze più appropriate e per questo è stato coinvolto. Noi abbiamo sviluppato un disciplinare all’interno del quale individuiamo dei punti salienti della filiera. L’Università di Napoli sta seguendo la parte delle analisi sui prodotti, le analisi nutrizionali e nutraceutiche, anche per etichettare questi prodotti di alta qualità, C’è poi una parte tecnica svolta dall’Associazione allevatori della Campania e Molise, che con dei suoi consulenti segue la filiera zootecnica, perché ricordiamoci che questi allevatori hanno difficoltà nel gestire, per esempio, la tracciabilità della filiera, ossia tutti gli aspetti dell’autocontrollo, della Hccp. Tutto ciò che serve per poter inserire e mettere in sicurezza l’azienda viene seguito da questi tecnici dell’Associazione allevatori. E, soprattutto, siccome questa attività rientra all’interno dell’attività di controllo i funzionali riferite alle razze autoctone campane, il dato rilevato serve non solo per quantificare e qualificare il prodotto, ma serve anche perché poi noi alla fine vogliamo con questo progetto fare una tracciabilità della filiera e certificare attraverso il Dipartimento di qualità alimentare, un ente terzo esterno, in modo da qualificare la produzione di queste aziende che seguono il disciplinare specifico. Vogliamo arrivare ad un un marchio dell’Associazione italiana allevatori che è definito allevamento custode.

Allevamento custode significa allevatori di razze autoctone campane iscritte nei registri anagrafiche. Oggi, si chiamano libri genealogici con finalità di conservazione delle popolazioni autoctone e oltre oltre a questo avere quindi la possibilità per le aziende di uscire da questo alveo presentarsi sul mercato con una filiera qualificata che, come dicevo, sottende a un disciplinare che è basato su due cose fondamentali: la prima è che parliamo di alimentazione di animali al pascolo, una pratiche che ricalca quanto previsto dal progetto Nobili Cilentani. Allevamenti estensivi che si basano su un aspetto alimentare come elemento fondamentale che si riflette sulla qualità dei prodotti, Una zootecnia estensiva che si basa sull’utilizzo di risorse naturali – pascoli o prati pascoli. Un altro aspetto fondamentale è che poiché molte di queste aziende hanno attività di trasformazione aziendale. Mi riferisco soprattutto ai piccoli caseifici aziendali, ma anche ai piccoli macelli/laboratori per la trasformazione della carne.

Avere un disciplinare di riferimento, specificamente per il latte per esempio, dà la possibilità e l’unicità di trasformare e valorizzare latte crudo. Questo ovviamente significa curare bene gli aspetti della filiera per avere un latte crudo di qualità. Occorre seguire tutta la filiera dagli aspetti della mungitura, della conservazione del latte, della trasformazione, fino alla stagionatura e alla vendita di prodotti. Nei piani di autocontrollo Hccp, i tecnici dell’Associazione allevatori Campania e Molise seguiranno le aziende dall’inizio alla fine per accompagnarle in questo processo di crescita.

In sostanza, noi crediamo moltissimo nell’attività di assistenza di consulenza alle aziende che deve essere un processo di work in progress. Non può essere limitato a un progetto e poi quando il progetto finirà, si finisce. Questo perché l’ideale sarebbe che questi giovani allevatori trasbordassero questa iniziativa all’interno di questa Associazione per creare un modello continuo associativo dove questa attività, questo progetto, una volta si sarà concluso l’iter programmatico che potrà durare un anno, 2 o 3, viene trasferita ad una associazione regionale, magari in un consorzio che sia in grado di valorizzare appieno le qualità dei prodotti.

Questo, in sintesi, quello che mi premeva di dire.

AS: La volevo ringraziare per il quadro veramente esaustivo di tutte le attività che in questi anni la Regione ha messo e sta mettendo in campo. Su questo progetto degli allevatori custodi credo che un pezzo di strada lo dobbiamo fare insieme, nel senso che mi sembra di capire che molte delle linee progettuali coincidano sostanzialmente con quelle del progetto Nobili Cilentani. A me farebbe piacere di poter organizzare degli eventi di diffusione del Metodo Nobile insieme ai tecnici e ai funzionari regionali in maniera tale da far conoscere tutta questa progettualità legata alle iniziative regionali. Anche trovare il modo di fare un percorso insieme con l’Associazione degli allevatori.

Mi riprometto di dedicare una particolare a questo, anche visto che c’è questo lavoro di assistenza tecnica che credo sia importantissimo per consentire agli allevatori del Cilento di fare quel salto di qualità che oggi è richiesto per poter stare sul mercato, poter sopravvivere e avere un futuro. Si può sempre lavorare per l’autoconsumo, però forse è anche giunto il tempo di fare impresa.

Penso questo anche in relazione alla capacità di attrarre dei giovani, una nuova generazione alla quale la prospettiva dell’autoconsumo può interessare, ma fino ad un certo punto. Forse i giovani, i quali spesso hanno ormai anche dei curricoli scolastici anche di tipo universitario, sono anche disponibili a provare a mettersi in gioco rispetto a un tema di fare impresa, di fare azienda e quindi far fare un salto di qualità a queste attività che fino ad oggi sono state gestite come attività familiari, per cui la famiglia è l’elemento cardine. Per farle diventare delle vere e proprie aziende bisogna aiutarle e accompagnarle in questo percorso. Per cui, ben venga tutto questo sforzo profuso dalla Regione e dall’Associazione allevatori Campania e Molise.

Le volevo chiedere, siccome noi siamo su un territorio più limitato che non è tutta la provincia di Salerno, ma solo quello del GAL Casacastra che ha ventotto comuni e che fa parte della Comunità Montana Lambro, Mingardo e Bussento, quindi la parte più meridionale della provincia, prima del Vallo di Diano, che tipo di iniziative e di progettualità dovrebbero sviluppare le istituzioni locali insieme con il Parco Nazionale per fornire anche dei servizi a questi allevatori per rendergli la vita più facile? Per esempio, a cominciare dalla sistemazione di alcune strade di di alta collina e di montagna per raggiungere i pascoli senza doverci mettere ore. Tra l’altro c’è anche il fatto che se un allevatore si dovesse sentire male come fa ad arrivare all’ospedale vivo?

Le volevo quindi chiedere un suo punto di vista su questo, anche tenendo conto di quello che è stato fatto in altri territori della regione. Capire se ci sono delle esperienze virtuose dove le amministrazioni locali hanno fatto sistema e hanno aiutato/accompagnato la crescita e il consolidamento di distretti zootecnici.

GR: A questo proposito faccio riferimento un po’ anche a ciò che ho visto in altre realtà anche al di là della regione Campania. Credo che mettere a disposizione una serie di servizi collettivi sarebbe il caso che la Comunità Montana, i comuni, i distretti rurali li debbano creare. Una serie di strutture e di servizi da mettere a disposizione di questi allevatori. Questa è una cosa sicuramente fondamentale. Tenga conto che qui parliamo di allevatori spesso transumanti in ambito locale o che si trasferiscono da vari posti nell’ambito della stessa regione, quindi sarebbe necessaria la creazione, per esempio, di strutture collettive come dei centri per la raccolta del latte o la trasformazione, dove più aziende possano conferire. Dal’altra parte occorre tenere presente che strutture  di questo tipo sono state realizzate nel passato. In alcuni casi esistono sul territorio, però purtroppo non sono state mai utilizzate, perché è poi difficile mettere insieme gli allevatori e fargli capire l’importanza di certe cose.

Quindi, penso a dei centri di raccolta e di trasformazione del latte, dei punti di abbeveraggio per gli animali, ma anche delle unità mobili, disponibili sul territorio sia per quanto riguarda la macellazione utilizzabili da più allevatori sia per la caseificazione. Un’esperienza che noi abbiamo fatto negli anni scorsi, anche attraverso i finanziamenti del PSR, è quella di creare delle strutture collettive di affinatura e stagionatura dei formaggi.

Queste sono delle cose qualificanti, perché molto spesso anche l’azienda agricola non ha i locali idonei per l’affinatura. Immaginare che in un territorio montano, in alcuni comuni o nell’ambito di più comuni di un distretto si possa avere un locale di stagionatura fatto secondo le regole e che possa servire agli allevatori. Ognuno di loro, per la parte di proprio interesse, potrebbe portare lì formaggi ad affinare.

Oppure creare delle strutture ricettive per la comunicazione e la divulgazione con il consumatore, attraverso dei progetti di comunicazione. Per esempio, portare i consumatori sul posto, i comuni creare delle sale multimediali dove si fanno degli assaggi collettivi con i prodotti degli allevatori. Queste cose le ho viste fare in Francia più di 30 anni fa. Nel distretto del Roquefort mi ricordo che quando visitammo gli allevamenti della zona, il consorzio in quel caso, ci portò per prima cosa a visitare i locali di stagionatura dei formaggi. Ci portò in una sala dove ci faceva vedere la storia del territorio. Comunicare al consumatore la storia da cui nasce quel prodotto, quali sono le razze allevate, quale il processo di trasformazione, di caseificazione che viene utilizzato, perché i formaggi a latte crudo hanno una storia e hanno delle caratteristiche diverse, oppure raccontare un’alimentazione. Comunicare queste cose attraverso dei progetti collettivi. Queste sarebbero le iniziative che possono e che dovrebbero essere fatte a sostegno delle aziende.

AS: Questo mi sembra molto interessante. Lei ha dato una serie di indicazioni che su cui noi cercheremo di ragionare insieme agli allevatori.

Prima diceva che esistono già tutta una serie di strutture che in parte sicuramente sono state finanziate anche dalla Regione e che dovevano essere con una gestione collettiva, mettendo insieme gli allevatori. Da questo punto di vista, alla luce anche dell’esperienza trentennale che lei ha fatto, le volevo chiedere se c’è un po’ di speranza di superare l’individualismo.

Un tema che purtroppo c’è e che spesso è anche legato alla mancanza di fiducia dovuta anche ad esperienze che hanno tentato in passato di mettere insieme gli allevatori e poi sono clamorosamente fallite anche magari perché, tanto per essere chiari, sono state strumentalizzate dalla politica. Anche per questo è chiaro che c’è una certa diffidenza da parte degli allevatori. Rimane il fatto che è fondamentale fare rete fra gli allevatori che poi sono delle piccole e piccolissime attività che hanno difficoltà ad andare oltre l’autoconsumo. Hanno un mercato che molto spesso è limitato al comune.

Difficilmente si esce dai confini comunali, perché nessuno ha delle quantità sufficienti eventualmente per arrivare anche soltanto alla costa del Cilento, dove ci sono gli alberghi e i ristoranti, e dove ogni estate ci sono milioni di turisti che ovviamente ogni giorno devono mangiare qualcosa e forse potrebbero anche consumare un po’ di questi prodotti. Questo risolverebbe il problema del mercato di tutti gli allevatori del Cilento, perché appunto non è che stiamo parlando di grandi quantità, però bisogna avere un’offerta, essere in grado di organizzare un’offerta.

Ecco, su questi temi vorrei capire se ci sono delle esperienze territoriali in altre zone della Campania, dove in questi anni si è fatto un percorso in questo senso?

GR: Voglio rispondere innanzitutto alla sua prima osservazione, quando lei dice “ma come mai sul territorio negli anni sono state create queste strutture e oggi sono abbandonate?” Ce ne sono diverse in tutta la regione di queste strutture, come il caseificio collettivo di trasformazione del latte. Sono state fatte ed oggi a distanza di 15 20 anni, queste strutture sono abbandonate. La risposta l’ha data già lei ed è che nel corso degli anni si vedeva che sono state fatte non per il fine dello sviluppo del territorio, anche se magari questo veniva annunciato, ma poi di fatto queste strutture non sono state mai utilizzate o sono state usate in maniera pessima. E’ mancata un’idea progettuale, un’idea di filiera che può essere poi realmente realizzata. Molto spesso si fanno delle cose perché c’è l’opportunità di prendere il finanziamento o per altri motivi, ma non c’è dietro un’idea progettuale di sviluppo.

Come le dicevo, l’esempio eclatante noi l’abbiamo avuto con questa esperienza dell’associazione di allevatori casari della provincia di Salerno quando in diverse occasioni, portando queste nostre produzioni di eccellenza anche fuori regione o nella stessa regione, formaggi di eccellenza come il caciocavallo podolico, abbiamo avuto un successo enorme. La cosa che ci hanno riconosciuto è stata questa idea di mettere insieme questi allevatori per qualificare questa offerta, per farla conoscere. Abbiamo fatto della formazione e dell’assistenza tecnica alle aziende. L’ultimo corso è stato fatto nel febbraio 2020, prima dello scoppio della pandemia, presso uno di questi allevatori che fa parte di questa associazione a Castelnuovo di Conza. Per dimostrarle quanto fame c’è fa di assistenza tecnica e di formazione su questi aspetti della caseificazione aziendale, le dico che abbiamo avuto richieste di adesione e partecipazione di allevatori – in tutto una quindicina – non solo nell’ambito delle province campane, ma abbiamo avuto una partecipazione attiva di allevatori dalla regione Lazio, dalla Calabria e dalla Puglia. Sono venuti a partecipare a questo corso, complimentandosi soprattutto per la qualità degli argomenti dei relatori. Questo per dirle che quando si fanno certe cose e si fanno con grande professionalità, e soprattutto con un’attenta analisi e conoscenza delle problematiche del territorio, alla fine la risposta c’è sempre.

Le porto un esempio di pochi giorni fa nell’attività del progetto allevamento custode ed un progetto ministeriale che stiamo portando avanti che la Regione con un finanziamento del ministero sulla biodiversità con la legge 194 del 1 dicembre 2015, abbiamo avuto questo progetto, dove nella costituzione della comunità del cibo, abbiamo programmato una serie di visite aziendali per portare i consumatori presso questi allevatori custodi. Oltre a questa iniziativa è prevista un attività con i ristoratori per far conoscere le qualità organolettiche e nutraceutiche di questi prodotti, che sono formaggi, salumi, carne di queste nostre razze locali. Una delle domande che mi è stata fatta mentre parlavo a dei ristoratori di Capri e Sorrento è stata: “Dottore, lei mi sta portando un esempio di una cosa interessantissima. Ho bisogno di una carne podolica ben frollata, dove la posso trovare?

Allora, ho detto: “Guardate facciamo una cosa molto semplice al di là del progetto, le farò conoscere gli allevatori di podolica che hanno tutta una struttura per la macellazione aziendale e hanno questa carne di podolica ben frollata. Organizzeremo una degustazione: loro porteranno la carne, voi l’assaggerete e verranno spiegate tutte le questioni relative alla sicurezza alimentare, alle caratteristiche del prodotto e della frollatura e poi deciderete voi che cosa farne di questo prodotto”. Questo è uno dei modi per mettere in contatto la domanda e l’offerta. La richiesta c’è, il problema è che siamo noi, a volte le istituzioni e anche i produttori, che non uscendo dal nostro alveo perché non abbiamo e non hanno la capacità, l’imprenditorialità di far conoscere il loro prodotto, che è un prodotto già di altissima qualità. Il problema è che bisogna comunicarlo, saperlo comunicare sia al consumatore e sia a tutto il mondo che c’è intorno. Questa è una cosa.

Un’ultima osservazione. Nel progetto allevamento custode, uno degli aspetti su cui ho sempre insistito – ho scritto il disciplinare – e in cui credo molto riguarda l’attività di formazione sia della parte degli utilizzatori finali, cioè degli allevatori, ma anche dei tecnici, che devono essere al servizio. La Regione dovrebbe puntare molto, nell’ambito delle proprie attività, sulle aziende sperimentali per creare dei centri di eccellenza per la sperimentazione e collaudo dell’innovazione di processo e di prodotto. Creare quello che qualcuno già sta facendo per esempio nella Regione Piemonte con la scuola di pastorizia.

Noi dobbiamo formare questi giovani allevatori delle nostre aree interne che vogliono affacciarsi a questo mondo o migliorare le proprie conoscenze su delle tematiche fondamentali: per esempio, la mungitura, i sistemi di mungitura, la caseificazione, l’alimentazione al pascolo. Cioè, dobbiamo qualificare i nostri operatori e dobbiamo aggiornare e qualificare anche i tecnici che sono al servizio di queste cose.

Non è possibile che l’allevatore si rivolga a dei tecnici che non hanno delle conoscenze approfondite su quelle che sono le tematiche della gestione dei pascoli e il riconoscimento delle essenze o come si preparano dei miscugli da prato-pascolo, come deve essere fienato e conservato il foraggio. Sono tutti gli aspetti fondamentali nella catena della filiera che poi qualificano il prodotto.

I centri regionali dovrebbero assumere anche questo ruolo di formazione delle maestranze, qualificarle, aggiornarle. Fare questo anche per i tecnici al servizio delle aziende, perché su certe filiere, su certi aspetti c’è molto, molto da fare. Attraverso questo sistema noi potremo fare il salto di qualità e questo lo abbiamo già sperimentato nel piccolo, come le dicevo, con questa associazione che abbiamo costituito.

AS: La ringrazio molto. Nonostante siano più di 30 anni che lei lavora come pubblico funzionario, spero che rimanga ancora a lungo in servizio, perché è portatore di una cultura che apprezzo. Mi farebbe piacere incontrare più spesso dei funzionari pubblici che hanno questa attenzione rispetto ai temi su cui lavorano, questa passione e anche questo desiderio di costruire un rapporto diretto anche con chi poi sta sul territorio, cioè gli allevatori. Apprezzo anche quello che diceva riguardo ai tecnici, perché anche noi con questa attività di ricerca stiamo cercando di costruire una relazione con i veterinari, gli agronomi e tutte quelle figure tecniche che sono legate ai centri di assistenza. Questi hanno con gli allevatori un rapporto molto stretto, di fiducia e quindi possono essere un importante canale per veicolare le innovazioni sul territorio.

5 commenti

  1. Voglio completare questa dettagliata informazione del dr. Ruggiero su quanto fa la Regione in favore anche del settore zootecnico, ricordando che nell’attuale programmazione 2014-2020, ai “Servizi di consulenza, di sostituzione e di assistenza alla gestione delle aziende agricole” viene dedicata la Misura 2, indirizzata a fornitori di servizi di consulenza, sia pubblici che privati.
    In tal modo, si attua un approccio interattivo e collaborativo, allo scopo di migliorare la gestione sostenibile, la performance economica e ambientale delle aziende agricole e favorire l’adozione di innovazioni.
    Con essa, il produttore agricolo assume un ruolo centrale e viene riconosciuto il suo contributo alla creazione di conoscenza e incluso nell’AKIS (Agricultural Knowledge and Innovation System ovvero Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura ) che è “un insieme di organizzazioni e/o imprese agricole, e i collegamenti e le interazioni tra di loro, impegnate nella generazione, trasformazione, trasmissione, archiviazione, recupero, integrazione, diffusione e utilizzo di conoscenze e informazioni, allo scopo di lavorare in sinergia, sostenere il processo decisionale, la soluzione dei problemi e l’innovazione in agricoltura “(EUSCAR, 2012).
    Dal 2017, attraverso appositi bandi, con la Misura 2 alla filiera zootecnica la Regione ha destinato notevoli risorse e, per rimanere nel nostro territorio, con il Lotto 1 “Allevamento bovino estensivo nelle aree interne”, la Provincia di Salerno ha individuato nei territori del Cilento e del Vallo di Diano quelli meritevoli d’intervento; con il Lotto 5, Allevamento ovicaprino, l’interesse ha riguardato l’intera Regione.
    ANFOSC, che all’interno del Progetto “Nobili Cilentani”, in qualità d’Innovation Broker supporta il Capofila Comunità Montana, ha partecipato a due bandi di quest’ultimo Lotto, uno ormai concluso ed uno di prossimo inizio. Tra le aziende alle quali ha messo a disposizione la sua particolare esperienza, circa 80, molte risiedono nell’area Cilentana e del GAL. Come auspicato dal dr. Ruggiero, nella nostra azione tendiamo a supportare quelle iniziative virtuose, come l’Associazione dei casari, per offrirgli quelle conoscenze tecnico-gestionali, frutto di continue ricerche ed esperienze, che permettano la massima valorizzazione commerciale dei prodotti.
    E’ appena il caso di accennare al fatto che questo tipo di consulenza, anche se prestata da organismi privati, è per gli allevatori a totale carico della Regione.
    Nella prossima PAC, gli elementi chiave per la consulenza saranno:
    – Consulenza esperta, olistica e interattiva, con ampia varietà di metodi;
    – Networking, ossia capacità di creare una rete di relazioni professionali che si mantengano nel tempo e che si basano sulla fiducia reciproca;
    – Inserita nel sistema della conoscenza e dell’innovazione;
    – Presente nei Gruppi Operativi (GO) del Partenariato Europeo per l’Innovazione “Produttività e sostenibilità dell’agricoltura” (PEI-AGRI);
    – In costante formazione.
    Se si da uno sguardo alla componente non agricola del partenariato, con il progetto “Nobili Cilentani” si mira, anche, ad anticipare e sperimentare quelli che sono gli obiettivi della prossima PAC.

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